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CAMPANIA - CANZONI POPOLARI/FOLK

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CAMPANIA - CANZONI POPOLARI/FOLK Empty CAMPANIA - CANZONI POPOLARI/FOLK

Messaggio  admin_italiacanora il Ven Dic 09, 2011 11:24 pm


CAMPANIA


Con il termine folclore indicheremo quindi nel seguito ogni tradizione che, persa la dimensione rituale, viene riproposta in contesti diversi da quelli originali come rappresentazione e non più come momento funzionale alla vita della comunità.
Nella riproposta spesso la danza perde i suoi connotati principali fino a diventare completamente diversa da quella originaria, dovendo adattarsi alle necessità della rappresentazione come forma di spettacolo.
Ciò comporta molte confusioni e ne è un esempio emblematico la “tarantella sorrentina” che spesso viene indicata, secondo un luogo comune molto frequente e consolidato, come “la tarantella” dell’area napoletana.

Eppure in questo caso non è nemmeno facile risalire alla danza originaria poiché a memoria d’uomo questa danza è sempre stata eseguita solo negli alberghi, ad uso e consumo dei turisti; probabilmente la tradizione commerciale e turistica ha costruito un ballo folcloristico per nulla radicato nella tradizione contadina o marinara della zona, forse scimmiottamento di danze di corte o imitazione di altre danze.
Questa situazione ha certamente contribuito a fare perdere le tracce della cultura contadina della zona, in particolare per quanto riguarda le espressioni artistiche.
Volendo però inziare una ricerca sia per convalidare tale teoria sia per indiduare una possibile memoria di antiche ritualità anche in penisola sorrentina, cominciamo a delineare il quadro delle tradizioni coreutiche delle zone limitrofe.

Nell’area napoletana e in zone anche molto vicine a quella qui presa in esame, esistono in ambito contadino canti e danze che si differenziano molto dalla tarantella sorrentina come dalle tarantelle dell’Irpinia, sia per la struttura coreutica che per quella musicale.
Si tratta del “canto e ballo sul tamburo”, strettamente intrecciati tra loro, o tammurriata, danza di origine contadina e a volte trasferita in ambito urbano nella città di Napoli.
In generale la tradizione musicale del popolo napoletano vive nell’intreccio tra realtà contadina e realtà urbana e nell’innesto della cultura contadina sul tessuto urbano.
Nella città di Napoli si riversano sin dal 1500 grandi masse di gente proveniente dalle campagne, creando le condizioni per una cultura il cui limite tra contadina e urbana risulta molto labile; nella città convivono modelli musicali arcaici, collegati ai rituali contadini, con l’elaborazione di nuovi modelli espressivi, adatti a coprire le esigenze di consumo musicale di carattere urbano.

Danze e canti di origine contadina si evolvono da uno stile “rumoroso” e “duro” verso uno stile più “dolce” e “melodico”, tramite artigiani musicali che si servono di versi autentici tradizionali adattandoli a nuove melodie. Ancora oggi i versi che si cantano nelle tammurriate sono spesso gli stessi di alcune canzoni napoletane che in città sono molto conosciute, ma in forma affatto diversa, e che in provincia vengono identificate come canzoni napoletane, ma non adatte al ballo tradizionale.

Si tratta di canzoni costruite sui versi tradizionali preesistenti, ma con una struttura ritmica e melodica del tutto diversa; sulle autentiche melodie popolari non esistono naturalmente testimonianze scritte, sia perché impossibili da trascrivere, sia perché eventuali prodotti a stampa non erano diretti al popolo, ma piuttosto ai musici artigiani, ai viaggiatori (turisti dell’epoca), e anche alla classe aristocratica che se ne dilettava!
L’artigiano musicale “addolciva” le musiche contadine troppo “dure” e adatte solo al momento “rituale”, rielaborandole in melodie più facili all’ascolto e accompagnate da strumenti a corda, meno rumorosi dei tamburi e delle nacchere che invece accompagnavano i balli contadini5.

Tradizione musicale in Campania significa dunque tradizione musicale contadina innestata nel tessuto urbano.
D’altro canto i caratteri principali della musica e del ballo popolare sono la funzionalità e la ritualità, come denuncia delle angosce collettive, come momento di azzeramento e rinascita, in sintonia con lo scorrere delle stagioni, e in tal senso la musica e il ballo popolare ancora esistenti nell’area considerata continuano a ispirarsi a modelli arcaici, conservandone anche il carattere magico.

Occasioni rituali sono le feste religiose, momenti di sincretismo tra la cultura pagana e quella religiosa cattolica, vive e ricorrenti in area contadina e non in quella urbana, feste che ancora si svolgono secondo schemi di antica data, tramandati di generazione in generazione.
È durante queste feste che si balla, si suona e si canta la tammurriata o ballo ‘ncopp ‘o tammurro (ballo sul tamburo):


La tammorra o tammurro, è il tamburo tradizionale a cornice sul quale si canta e si danza, un tamburo di grande dimensioni (circa 40/50 cm di diametro) rispetto a quello usato in altre zone di Italia dove si suona un tamburo più piccolo, detto tamburello.
I cantatori (cantanti, sia uomini che donne) spesso cantano proprio accostando la bocca al tamburo, come a farne cassa acustica, e quindi il canto è “sul” tamburo.
Il tamburo è lo strumento principale per accompagnare il canto, che rappresenta il punto focale per il ballo, poiché è proprio il canto a condurre la danza.
Esso viene suonato sia da uomini che da donne: in genere gli uomini la impugnano con la mano sinistra, le donne con la mano destra.
Altri strumenti sono il bughitibù, un tamburo a frizione, il tricchebballacche un crotalo a martelli, la tromba degli zingari, lo scacciapensieri o marranzano e indispensabili soprattutto per ballare, le castagnette, le nacchere.

Alcuni autori sottolineano la simbologia a cui anche gli strumenti musicali si possono riportare: la tammorra riporta a simbologie femminili, il bughitibù a simbologie maschili, le castagnette all’unità maschio-femmina (a volte le due parti della castagnetta portano un segno all’interno che servirebbe a individuare la parte maschile e quella femminile).

Occasioni per il canto e il ballo sono le feste popolari che si svolgono nei pressi di chiese e santuari dove si svolgono pellegrinaggi, feste spesso dedicate ad una Madonna6, ma anche legate all’anno cerealicolo, o anche feste private, come matrimoni, compleanni, battesimi, etc.; occorre comunque quasi sempre un’occasione rituale.
Il canto attinge i versi ad un corpus tradizionale di endecasillabi che vengono articolati per lo più a due per volta (per distici): la struttura musicale si chiude dunque ogni due versi.
Il cantatore popolare usa liberamente il repertorio, spesso mescolando i versi e interponendo tra le strofe delle canzoni dei versi che chiama “barzellette”, versi di carattere scherzoso e ironico, pieni di metafore, in genere, ma non sempre, a chiaro sfondo sessuale.
Temi di fondo del linguaggio dei canti sono il sesso, la donna, la morte, in una combinazione di segni che riportano di continuo ad un discorso magico-rituale.
Nei canti è in genere presente una forte componente erotica, che risulta esplicitamente dichiarata, senza coperture e senza moralismi, spesso attraverso simboli e metafore.

Le persone presenti, gli astanti, partecipano con incitamenti e commenti, sottolineando i momenti salienti del canto e del ballo con espressioni ritmiche varie, spesso rassomiglianti a voci di animali, o semplicemente suonano le castagnette di cui sono sempre forniti, poiché sono necessarie per il ballo.
L’esecutore reinventa di continuo il patrimonio messogli a disposizione dalla tradizione, e ogni esecuzione resta perciò unica, secondo la “quantità e la qualità di energia” che circola; si partecipa quindi ad una festa popolare ogni volta con spirito diverso, con la sensazione del rito che si rinnova, con la consapevolezza di partecipare ad un evento irripetibile, che è, non che è stato o sarà!
La struttura coreutica del ballo è quella di un cerchio di persone, che si forma spontaneamente appena qualcuno comincia a suonare e a cantare, al cui interno si muove una coppia di ballerini (ballatori), uomo/uomo, donna/donna, uomo/donna.
Anche chi esegue la danza fa riferimento ad un lessico codificato nel tempo, attraverso il quale si esprime liberamente e in modo personale, a seconda del momento, dell’intesa con l’altro, del sesso, dell’età, etc. E quindi anche la danza resta “unica” e irripetibile, pur essendo sempre “uguale” nella forma e nello stile dei singoli ballerini.
Nel ballo sul tamburo si assiste ad una straordinaria sintesi di musica, canto e ballo, che pone al centro il momento di relazione tra cantatori, suonatori e ballatori.
E in particolare nel ballo i ballatori danzano in modo esplicito il proprio rapporto, sotto l’occhio attento della comunità!
La gestualità fa riferimento a un repertorio ripreso dai lavori agricoli o da quelli domestici in una sintesi continua di segni che riportano al “profondo” dell’individuo, al vissuto ancestrale come memoria archetipica.

Il ballo è ancora vivo tra gli anziani nella sua funzionalità, vissuto spesso come momento di devozione alla Madonna, come anche i canti che vengono vissuti come preghiera.
Le feste seguono il corso dell’anno cerealicolo sottolineandone le scadenze.
Il fenomeno nella sua peculiarità è comunque limitato a pochi individui e tende a scomparire nella sua forma tradizionale.
Alcuni giovani stanno però ri-costruendo, sempre in provincia, un discorso musicale incentrato sulla tradizione, ri-organizzando il ballo e il canto in modo folcloristico, e in questo caso si tratta forse dell’unico modo per tenere in vita la tradizione, pure nella sua evoluzione.
Nella città di Napoli si assiste invece ad un altro fenomeno interessante che sta coinvolgendo i giovani cittadini che sono venuti in contatto con i giovani della provincia: partendo dal ballo tradizionale si è di fatto elaborato un ballo nuovo per qualità e strutturazione, affidato ad una gestualità rinnovata, che mette al primo posto l’esibizionismo di chi la danza e risponde ad esigenze diverse da quelle tradizionali.

Questi aspetti possono essere visti come evoluzione del ballo tradizionale (e come un modo necessario alla sua sopravvivenza) laddove esiste un filo che collega le nuove generazioni agli anziani, laddove i giovani sanno osservare e proseguire, ma esistono anche molte situazioni in cui manca il raccordo con le generazioni più anziane, situazioni in cui i giovani hanno conosciuto la tradizione non in modo diretto ma attraverso gruppi artistici che ne fanno riproposta, spesso stravolgendola.
E così un approccio molto superficiale sta producendo anche un fenomeno di consumo e impoverimento della tammurriata, quando portata in giro nelle piazze e nelle strade urbane di molte città italiane da giovani “artisti” di strada, che non hanno avuto il tempo e la voglia di una decodifica più attenta, soffermandosi solo sugli aspetti più spettacolari e accattivanti, senza comprendere la ricchezza coreutica e musicale della tradizione.

A tutt’oggi è comunque ancora possibile ritrovarsi tra gli anziani in situazioni di danza e canti vissute nella loro pienezza e autenticità, anche a poca distanza dalla città di Napoli, in piccole comunità anche se sempre più ripiegate su se stesse.
Nella penisola sorrentina è stato sempre difficile ritrovare momenti di canto e ballo vissuti in modo rituale, proprio perché “coperti” dalla “tarantella sorrentina”, ma la ricerca che abbiamo in corso sta cominciando a mettere in luce, pure solo come “relitti”, una memoria storica in particolare dei canti, vissuti oggi solo nell’intimità familiare, ma legati ad alcune feste tradizionali del passato.
In particolare si sta indagando nelle zone limitrofe e su alcuni personaggi “immigrati” nella zona da quelle circostanti, riscoprendo ad esempio l’esistenza di canti di lavoro ancora funzionali.

Nella zona dei Monti Lattari ad esempio sono stati registrati canti eseguiti durante la raccolta delle ulive, la battitura (scognatura) delle noci o delle castagne, il lavoro con la falce (‘ncopp ‘a missura), il lavoro di zappa, quello d’ascia, quello per innaffiare o per irrorare con il “verderame”, ed altri ancora.
Interessante è da notare la funzionalità del canto ancora viva che è emersa da almeno tre elementi:
1. laddove il lavoro non viene più eseguito, come ad esempio il taglio degli alberi con l’accetta, il canto è stato quasi dimenticato e l’informatore ha dovuto cominciare a ripetere i gesti del taglio con l’accetta per ricordare il canto;
2. per registrare è stato spesso necessario recarsi in campagna durante il lavoro specifico: in casa senza il momento di lavoro l’informatore non riusciva ad eseguire il canto;
3. durante qualche registrazione serale in casa di contadini questi si preoccupavano dell’effetto che il canto avrebbe avuto sui vicini, i quali si sarebbero stupiti “del lavoro fatto a quell’ora di sera …”.
Il testo dei canti è lo stesso delle canzoni cantate nel “canto sul tamburo” ed è solo la variazione della linea melodica che caratterizza il lavoro specifico addattandosi evidentemente al particolare sforzo fisico.

Anche in penisola sorrentina la ricerca ha messo in luce la presenza di informatori anziani che ancora ricordano gli stessi canti, anche se a volte sono persone che in gioventù si sono stabiliti in zona provenendo da paesi confinanti.
Sembra che sia possibile anche in una zona con consolidata “vocazione turistica” ritrovare tra le pieghe della cultura folcloristica elementi di un passato caratterizzato da uno stretto rapporto con le scadenze delle stagioni, con il mondo simbolico e archetipico.
Dunque partiti dall’esame di una area ampia come quella del napoletano si sta restringendo il campo della ricerca alla penisola sorrentina coinvolgendo giovani del luogo che dimostrano un rinnovato interesse al filo che li unisce alla storia vicina e meno vicina, non solo con l’ottica del ricercatore ma anche e soprattutto con la voglia di una crescita personale.

Le direzioni di ricerca si allargano quindi, proprio in funzione delle maggiori energie coinvolte, coinvolgendo non solo le espressioni del ballo, del canto e della musica, ma anche tutto il sostrato della cultura popolare (favole, miti, leggende, detti, manifestazioni e feste) che in questa zona unisce come peculiarità due culture apparentemente molto diverse tra loro, quella della terra e quella del mare.
.
Fonte: QUI


Ultima modifica di admin_italiacanora il Dom Mar 03, 2019 11:24 am, modificato 1 volta
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Messaggio  admin_italiacanora il Sab Dic 10, 2011 1:26 pm

TAMMURRIATA NERA


___AGGIO GIRATO LU MUNNO

   

Testo dialettale
Spoiler:
Io nun capisco 'e vvote che succere
e chello ca se vere nun se crere.
E' nato nu criaturo, è nato niro,
e 'a mamma 'o chiamma gGiro,
sissignore, 'o chiamma gGiro.

Seh, vota e gira, seh
seh, gira e vota, seh
ca tu 'o chiamme Ciccio o 'Ntuono,
ca tu 'o chiamme Peppe o gGiro,
chillo 'o fatto è niro niro, niro niro comm'a cche...

S''o contano 'e cummare chist'affare
sti cose nun so' rare se ne vedono a migliare.
'E vvote basta sulo 'na 'uardata,
e 'a femmena è rimasta sott''a botta 'mpressiunata.

Seh, 'na 'uardata, seh
seh, 'na 'mprissione, seh
va truvanno mò chi è stato,
c'ha cugliuto buono 'o tiro
chillo 'o fatto è niro niro, niro niro comm'a cche...

E dice 'o parulano, Embè parlammo,
pecché si raggiunammo chistu fatto ce 'o spiegammo.
Addò pastin' 'o grano, 'o grano cresce
riesce o nun riesce, semp'è grano chello ch'esce.

Meh, dillo a mamma, meh
meh, dillo pure a me
conta 'o fatto comm'è ghiuto
Ciccio, 'Ntuono, Peppe, gGiro
chillo 'o fatto è niro niro, niro niro comm'a che...

Seh 'na 'uardata seh
seh 'na 'mprissione seh
và truvanno mò chi è stato
c'ha cugliuto buono 'o tiro
chillo 'o fatto è niro niro, niro niro comm'a cche...

'E signurine 'e Caporichino
fanno ammore cu 'e marrucchine,
'e marrucchine se vottano 'e lanze,
e 'e signurine cu 'e panze annanze.

American espresso,
ramme 'o dollaro ca vaco 'e pressa
sinò vene 'a pulisse,
mette 'e mmane addò vò isse.

Aieressera a piazza Dante
'o stommaco mio era vacante,
si nun era p''o contrabbando,
ì' mò già stevo 'o campusanto.

E levate 'a pistuldà
uè e levate 'a pistuldà,
e pisti pakin mama
e levate 'a pistuldà.

'E signurine napulitane
fanno 'e figlie cu 'e 'mericane,
nce verimme ogge o dimane
mmiezo Porta Capuana.

Sigarette papà
caramelle mammà,
biscuit bambino
dduie dollare 'e signurine.

A Cuncetta e a Nanninella
'e piacevan'e caramelle,
mò se presentano pe' zitelle
e vann'a fernì 'ncopp'e burdelle.

E Ciurcillo 'o viecchio pazzo
s''è arrubbato 'e matarazze
e ll'America pe' dispietto
ce ha sceppato 'e pile 'a pietto.

Aieressera magnai pellecchie
'e capille 'ncopp''e recchie
e capille e capille
e 'o recotto 'e camumilla...
'O recotto,'o recotto
e 'a fresella cu 'a carna cotta,
'a fresella 'a fresella
e zì moneco ten''a zella.
tene ‘a zella ‘nnanze e arreto
uffa uffa e comme fete
e lle fete e cane muorto
uè pe ll’anema e chillemmuorto.

E levate 'a pistuldà
uè e levate 'a pistuldà,
e pisti pakin mama
e levate 'a pistuldà.
Testo italiano
Spoiler:
Io non capisco, a volte cosa succede…
E quello che si vede,
non si crede! Non si crede!
E' nato un bambino nero, nero…
e la mamma lo chiama Ciro,
sissignore, lo chiama Ciro…

Séh! gira e volta, séh...Séh! volta e gira, séh...
Sia che tu lo chiami Francesco o Gaetano,
sia che lo chiami Giuseppe o Ciro,
quello, il fatto, è nero, nero,
nero, nero, non so come!

Lo raccontano le comari questo fatto:
"Queste cose non sono rare,
se ne vedono a migliaia!
A volte basta solo una guardata,
e la donna è rimasta,
dal fatto, impressionata…"

Séh! una guardata, séh...
Séh! una impressione, séh...
Chi sa chi è stato
che ha fatto centro:
quello il fatto, è nero, nero,
nero, nero, non so come!

Ha detto il contadino: "Ebbene, parliamo,
perché, se ragioniamo,
questo fatto ce lo spieghiamo!
Dove semino il grano, il grano cresce…
va bene o non va bene,
sempre grano è quello che esce!"

Mé', dillo a mamma, mé'...
Mé', dillo pure a me...
Sia che tu lo chiami Francesco o Gaetano,
sia che lo chiami Giuseppe o Ciro,
quello, il fatto, è nero, nero,
nero, nero, non so come!

Le signorine di Capodichino
fanno l'amore con i marocchini
i marocchini se ne approfittano
e le signorine con la pancia d'avanti

American espresso,
dammi il dollaro che ho fretta
sennò viene la polizia,
mette le mani dove vuole lui

Ierisera a piazza Dante
il mio stomaco era vagante
se non era per il contrabbando
gia' stavo al camposanto

E levate 'a pistuldà
uè e levate 'a pistuldà,
e pisti pakin mama
e levate 'a pistuldà

Le signorine napoletane
fanno i figli con gli americani
noi ci vediamo oggi e domani
in mezzo a Porta Capuana

Sigarette papà
caramelle mammà,
biscuit bambino
dduie dollare 'e signurine.

A Concetta e Nanninella
piacevano le caramelle
mo si fanno passare per zitelle
e fanno a finire nei bordelli

E Circillo (=Churchill) il vecchio pazzo
si e' rubato il materasso
e l'America per dispetto
gli ha scippato i peli dal petto

Ierisera mangiai pellecchie
i capelli sopra le orecchie
i capelli i capelli
e il decotto di camomilla
Il decotto, il decotto
e la fresella con la carne sopra
la fresella, la fresella*
e zio monaco con la testa rapata
ha la testa rapata avanti e indietro
e puzza di cane morto
uh per l'anima come puzza
uh per l'anima quello e' morto

E levate 'a pistuldà
uè e levate 'a pistuldà,
e pisti pakin mama
e levate 'a pistuldà
___
Testo dialettale
Spoiler:
Dint' a nu vico nce voglio fa' n'arco oi palummè,
tutto de rose e de sciure cuperto
tutto de rose e sciure, oi palummè!

Na fenestella posta 'a meglia parte oi palummè,
Addo' s'appoia stu gentile pietto
addo' s'appoia stu pietto, oi palummè!

Site cchiù ghianga vuie ca nc'è lu latte oi palummè,
la luna de Janare ve sponta 'mpietto
la luna de Janare, oi palummè!

Tenite l'uocchie d eprete d'aniello oi palummè,
sta vocca quanno parla mena sciure
sta vocca mena sciure, oi palummè!

Aggio girato 'o munno 'mparte 'mparte oi palummè,
ma una comm' a vuie 'n 'a trovo certo,
je nun a trovo certo oi palummè!
Testo italiano
Spoiler:
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CAMPANIA - CANZONI POPOLARI/FOLK Empty CAMPANIA - CANZONI POPOLARI/FOLK: QUANNO NASCETTE MIMMO/A LEGGENDA DEL LUPINO

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Dic 24, 2019 8:19 pm

QUANNO NASCETTE MIMMO

Quanno nascette Ninno è un canto natalizio in napoletano, scritto da sant'Alfonso Maria de' Liguori, da questo canto deriva Tu scendi dalle stelle.

Nota storica e musicale
"Quanno nascette Ninno", chiamato anche con il nome "Pastorale", fu scritto in lingua napoletana forse nel dicembre 1754 a Nola o, secondo alcuni, a Deliceto da Alfonso Maria de' Liguori, prima persona a usare il napoletano per canti religiosi.
In origine il canto si chiamava Per la nascita di Gesù, nome con il quale nell'anno 1816 venne pubblicato.

Dopo la prima edizione, "Quanno nascette Ninno" ha subito varie riedizioni e modifiche, una delle quali ad opera di Marco Frisina.
È stato, inoltre, interpretato da vari cantanti italiani di musica leggera, popolare e cori, fra cui Mina, Edoardo Bennato, Pina Cipriani e Piccolo Coro dell'Antoniano.
Da questo canto proviene un altro canto natalizio, Tu scendi dalle stelle.
 
Fonte: QUI
 
 
LA LEGGENDA DEL LUPINO

Il periodo di Natale, in particolare, è stato associato a storie e racconti che avvolgono Napoli in un’atmosfera magica e antichissima. Così come nel 1600 è tuttora molto diffusa la leggenda del lupino: bruciate una pigna in casa a Natale e Capodanno per far diffondere l’odore della resina sciolta sul fuoco, simbolo di buon augurio. Si tratta di una leggenda molto antica, legata alla fuga della Sacra Famiglia in Egitto.

La leggenda narra che, affinché Gesù potesse salvarsi dalla strage degli innocenti ordinata da Erode, la Sacra Famiglia fu costretta a fuggire da Nazareth.
Durante il tragitto, la Madonna e San Giuseppe chiesero aiuto alle piante che trovavano lungo il percorso per proteggere Gesù.
Inizialmente cercarono rifugio in un campo di lupini, delle erbe molto alte.
Quando i fuggitivi lo attraversarono, i loro baccelli secchi cominciarono ad accartocciarsi per espellere i semi e, così facendo, produssero uno scoppiettio molto forte; per questo il lupino venne punito: fu condannato a generare per sempre frutti amari.

Poco dopo, la Madonna trovò un pino al quale chiese appoggio; il pino spalancò le sue enormi fronde accogliendo la Madonna, San Giuseppe e il Bambino e proteggendoli dai loro persecutori.
Quest’albero fu quindi premiato per la sua generosità: Gesù, infatti, gli fece dono dell’odore d’incenso, che avrebbe ricordato per sempre la sua benevolenza.
 
Fonte: QUI
 
 
QUANNO NASCETTE MIMMO

^^LA LEGGENDA DEL LUPINO

^^


Testo dialettale:
Quanno nascette Ninno,
quanno nascette Ninno a Betlemme,
era notte e pareva miezojuorno.
Maje le stelle,
lustre e belle,
se vedèttero accussì.
E 'a cchiù lucente,
jette a chiammà li Magge a ll'Uriente.

Maje le stelle,
lustre e belle,
se vedèttero accussì.

Se vedèttero accussì.

De pressa se scetajeno,
de pressa se scetajeno ll'aucielle,
cantanno de na forma tutta nova.
Pe' nsi' 'agrille
co' li strille
e zompanno 'a ccà e 'a llà.
"E' nato. E' nato",
decévano, "lo Dio che nce ha criato".

Pe' nsi' 'agrille,
co li strille
e zompanno 'a ccà e 'a llà.

E zompanno 'a ccà e 'a llà.

Co' tutto ch'era vierno,
co' tutto ch'era vierno, Ninno bello,
nascettero a migliara rose e sciure.
Pe' nsi' 'o ffieno
sicco e tuosto,
ca fuje puosto sott'a te,
se 'nfigliulette
e de frunnelle e sciure se vestette.

Pe' nsi' 'o ffieno,
sicco e tuosto,
ca fuje puosto sott'a te.

Ca fuje puosto sott'a te.

A no paese che,
a no paese che se chiamma Ngadde,
sciurettero le vvigne e ascette ll'uva.
Ninno mio
sapuretiello,
rappusciello d'uva si' tu
ca, tutt'ammore,
faje doce 'a vocca e po' 'mbriache 'e core.

Ninno mio
sapuretiello,
rappusciello d'uva si' tu.

Rappusciello d'uva si' tu.

Non c'erano nemice
non c'erano nemice pe' la terra.
La pecora pasceva co' 'o lione.
Co' 'o capretto,
se vedette
'o liupardo pazzeà.
Ll'urzo e 'o vetiello
e, co' lo lupo, 'mpace 'o pecoriello.

Co' 'o capretto,
se vedette
'o liupardo pazzeà.

'O liupardo pazzeà.

S'arrevotaje 'nsomma,
s'arrevotaje 'nsomma tutt' 'o munno,
lo cielo, 'a terra, 'o mare e tutt' 'e ggente.
Chi dormeva,
se senteva
'mpiett' 'o core pazzeà
pe' la prejezza.
E se sonnava pace e contentezza.

Chi dormeva,
se senteva
'mpiett' 'o core pazzeà.

'Mpiett' 'o core pazzeà.

Guardavano le ppecore,
guardavano le ppecore 'e Pasture.
E n'Angelo, sbrennente cchiù d' 'o sole,
comparette
e lle decette:
"Non ve spaventate, no.
Contento e riso,
la terra è addeventata Paraviso".

Comparette
e lle decette:
"Non ve spaventate, no".

"Non ve spaventate, no".

A vuje è nato ogge,
a vuje è nato ogge, a Bettalemme,
d' 'o munno, ll'aspettato Sarvatore.
Dint' 'e panne
'o trovarrite,
non potite maje sgarrà,
arravogliato
e dint'a lu Presebbio corecato.

Dint' 'e panne
'o trovarrite,
non potite maje sgarrà.

Non potite maje sgarrà.

A meliune ll'Angiule,
a meliune ll'Angiule calaro,
co' chiste se mettettero a cantare:
"Gloria a Dio,
pace 'nterra.
Nu' cchiù guerra, è nato già
lo rre d'ammore
che dà prejezza e pace a ogne core".

"Gloria a Dio,
pace 'nterra.
Nu' cchiù guerra, è nato già".

"Nu' cchiù guerra, è nato già".

Sbatteva 'o core 'mpietto,
sbatteva 'o core 'mpietto a sti Pasture
e ll'uno po' deceva 'nfacci'a ll'ato:
"Ché tardammo?
Priesto, jammo
ca mme sento ascevolì
pe' lo golìo
ca tengo de vedé stu Ninno Dio".

"Ché tardammo?
Priesto, jammo
ca mme sento ascevolì".

Ca mme sento ascevolì.

Zompanno comm'a ciévere,
zompanno comm'a ciévere ferute,
jettero li pasture a la capanna.
Llà trovajeno
a Maria
co' Giusepe e 'a Gioja mia.
E 'nchillo Viso
provajeno no muorzo 'e Paraviso.

Llà trovajeno
a Maria
co' Giusepe e 'a Gioja mia.

Co' Giusepe e 'a Gioja mia.

Restajeno 'ncantate,
restajeno 'ncantate e voccapierte
pe' tantu tiempo senza di' parola.
Po' jettanno,
lacremanno,
no sospiro pe' sfogà.
Da dint' 'o core,
cacciajeno, a migliara, atte d'ammore.

Po' jettanno,
lacremanno,
no sospiro pe' sfogà.

No sospiro pe' sfogà.

C' 'a scusa de donare,
c' 'a scusa de donare li presiente
se jettero azzeccanno chiano chiano.
Ninno no'
li rifiutaje,
ll'azzettaje, comm'a che,
po' lle mettette
la mano 'ncapa e li benedicette.

Ninno no'
li rifiutaje
ll'azzettaje, comm'a che.

Ll'azzettaje, comm'a che.

Piglianno confedenzia,
piglianno confedenzia a poco a poco,
cercajeno lecenzia a la Madonna.
Se magnajeno
li pedille
co vasille 'mprimma e po'
chelle mmanelle,
a ll'urdemo, lo musso e 'e mascarielle.

Se magnajeno
li pedille
co vasille, 'mprimma e po'.

Co vasille, 'mprimma e po'.

Po' assieme se mettettero,
po' assieme se mettettero a sonare
e a cantà co' ll'Angiule e Maria
co' na voce
accossì doce,
ca Gesù facette"Aaaah hà"
e po' chiudette
chill'uocchie aggraziate e s'addurmette.

Co' na voce,
accossì doce,
ca Gesù facette"Aaaah hà".

Ca Gesù facette"Aaaah hà".

La nonna che cantajeno,
la nonna che cantajeno a me mme
pare ch'avett' 'a èsse'
chella ca mo dico.
Ma 'nfrattanto
io la canto,
'mmaggenateve de stà
co li pasture
vicino a Ninno bello vuje pure.

Ma 'nfrattanto
io la canto,
'mmaggenateve de stà.
'Mmaggenateve de stà.

Viene suonno da lu cielo,
viene adduorme a sto Nennillo,
pe' pietà ch'è piccerillo,
viene suonno e nun tardà.

Gioja bella de sto core,
vorrìa suonno addeventare,
doce doce pe' te fare
st'uocchie belle addormentà.

Ma si Tu, p'essere amato,
te si' fatto Bammeniello,
sulo Ammore è 'o sonnariello
che dormire te pò fà.

Ment'è chesto puó' fà nonna,
pe' te st'arma è arza e bona.
T'amo t'a'. Uh, 'sta canzona
già t'ha fatto addobbecà.

T'amo Dio, bello mio,
t'amo Gioja, t'amo, t'a'.

Cantanno po' e sonanno,
cantanno po' e sonanno, li Pasture,
tornajeno a le mantre n'ata vota.
Ma che vuó'
che cchiù arrecietto
non trovajeno 'int'a lo pietto.
A 'o caro Bene,
facevano ogne poco 'o va' e biene.

Ma che vuó'
che cchiù arrecietto
non trovajeno 'int'a lo pietto.

Non trovajeno 'int'a lo pietto.

Lo 'nfierno solamente,
lo 'nfierno solamente e 'e peccature
'ncocciuse comm'a isso e ostinate
se mettettero
appaura,
pecché a 'o scuro vonno stà
li spurtagliune,
fujenno da lu sole, li briccune.

Se mettettero
appaura,
pecché a 'o scuro vonno stà.

Pecché a 'o scuro vonno stà.

Io pure sóngo niro
io pure sóngo niro peccatore,
ma non boglio èsse' cuoccio e ostinato.
Io non boglio
cchiù peccare,
voglio amare, voglio stà
co' Ninno bello
comme nce sta lo voje e ll'aseniello.

Io non boglio
cchiù peccare,
voglio amare, voglio stà.

Voglio amare, voglio stà.

Nennillo mio Tu si',
Nennillo mio Tu si' sole d'ammore.
Faje luce e scarfe pure 'o peccatore.
Quanno è tutto
niro e brutto
comm'a pece, tanno cchiù
lo tiene mente
e 'o faje addeventà bello e sbrennente.

Quanno è tutto
niro e brutto
comm'a pece, tanno cchiù.

Comm'a pece, tanno cchiù.

Ma tu mme diciarraje,
ma tu mme diciarraje ca chiagniste,
acciò chiagnesse pure 'o peccatore.
Aggio tuorto.
Ahje, fosse muorto
n'ora primma de peccà.
Tu mm'haje amato
e io, pe' paga, t'aggio maltrattato.

Aggio tuorto.
Ahje, fosse muorto
n'ora primma de peccà.

N'ora primma de peccà.

E vuje uocchie mieje
e vuje uocchie mieje, doje fontane
avit' 'a fà, de lacreme, chiagnenno,
pe' lavare,
pe' scarfare,
li pedille de Giesù.
chisà, placato,
decesse: "Via, ca t'aggio perdonato".

Pe' lavare,
pe' scarfare,
li pedille de Giesù.

Li pedille de Giesù.

Viato a me si aggio,
viato a me si aggio 'sta fortuna.
Che maje potesse cchiù desiderare?
O Maria,
speranza mia
mentr'io chiagno, prega tu.
Penza ca pure
si' fatta mamma de li peccature.

O Maria,
speranza mia
mentr'io chiagno, prega tu.

Mentr'io chiagno, prega tu.
 
Fonte: QUI
Traduzione letterale:
Quando nacque Gesù Bambino,
quando nacque Gesù Bambino a Betlemme,
era notte e sembrava mezzogiorno.
Mai le stelle,
lustre e belle,
si videro così.
E la più splendente
andò a chiamare i Magi dall'Oriente.

Mai le stelle,
lustre e belle,
si videro così.

Si videro così.

Di fretta si svegliarono,
di fretta si svegliarono gli uccelli,
cantando in una forma tutta nuova.
Perfino i grilli
con gli strilli
e saltando qua e là.
"E' nato. E' nato",
dicevano, "il Dio che ci ha creato".

Perfino i grilli
con gli strilli
e saltando qua e là.

E saltando qua e là.

Nonostante fosse inverno,
nonostante fosse inverno, Bambino bello,
nacquero a migliaia rose e fiori.
Perfino il fieno
secco e duro,
che fu posto sotto di te,
fiorì
e di foglie e fiori si vestì.

Perfino il fieno
secco e duro,
che fu posto sotto di te.

Che fu posto sotto di te.

In un paese,
in un paese che si chiama Engaddi,
fiorirono le vigne e uscì l'uva.
Bambino mio
saporito,
ramoscello d'uva sei tu
che, tutto amore,
rendi dolce la bocca e poi ubriachi i cuori.

Bambino mio
saporito,
ramoscello d'uva sei tu.

Ramoscello d'uva sei tu.

Non c'erano nemici,
non c'erano nemici per la terra.
La pecora nasceva con il leone.
Col capretto,
si vide
il leopardo giocare.
L'orso e il vitello
e, con il lupo, in pace il vitello.

Col capretto,
si vide
il leopardo giocare.

Il leopardo giocare.

Si sconvolse insomma,
si sconvolse insomma tutto il mondo,
il cielo, la terra, il mare e tutte le genti.
Chi dormiva
si sentiva
in petto il cuore giocare
per l'allegria.
E sognava pace e contentezza.

Chi dormiva
si sentiva
in petto il cuore giocare.

In petto il cuore giocare.

Guardavano le pecore,
guardavano le pecore i pastori.
E un Angelo, splendente più del sole,
comparve
e disse loro:
"Non vi spaventate, no.
Felicità e riso,
la terra è diventata un paradiso".

Comparve
e disse loro:
"Non vi spaventate, no".

"Non vi spaventate, no".

Da voi è nato oggi,
da voi è nato oggi, a Betlemme,
l'atteso Salvatore del mondo.
Tra le fasce
lo troverete,
non potrete sbagliare,
avvolto
e nel Presepio coricato.

In fasce
lo troverete,
non potrete sbagliare.

Non potrete sbagliare.

A milioni gli Angeli,
a milioni gli Angeli scesero,
con questi si misero a cantare:
"Gloria a Dio,
pace in terra.
Non più guerra, è nato già
il re dell'amore
che dà allegria e pace a ogni cuore".

"Gloria a Dio,
pace in terra.
Non più guerra, è nato già".

"Non più guerra, è nato già".

Sbatteva il cuore nel petto,
sbatteva il cuore nel petto di questi pastori
e uno poi diceva di fronte all'altro:
"Perchè tardiamo?
presto, andiamo
che mi sento venir meno
per il desiderio
che ho di vedere questo Dio Bambino".

"Perchè tardiamo?
presto, andiamo
che mi sento venir meno".

"Che mi sento venir meno".

Saltando come cervi,
saltando come cervi feriti,
i pastori andarono alla capanna.
Là trovarono
Maria
con Giuseppe e la Gioia mia.
E in quel Viso
provarono un morso di Paradiso.

Là trovarono
Maria
con Giuseppe e la Gioia mia.

Con Giuseppe e la Gioia mia.

Rimasero incantati,
rimasero incantati e a bocca aperta
per tanto tempo senza dire parola.
Poi gettarono,
lacrimarono,
un sospiro per sfogarsi.
Dal cuore
tirarono fuori, a migliaia, atti d'amore.

Poi gettarono,
lacrimarono,
un sospiro per sfogarsi.

Un sospiro per sfogarsi.

Con la scusa di donare,
con la scusa di donare i regali
si avvicinarono piano piano.
Ninno non
li rifiutò,
li accettò, come non so cosa,
poi mise loro
la mano sul capo e li benedì.

Ninno non
li rifiutò,
li accettò, come non so cosa.

Li accettò, come non so cosa.

Prendendo confidenza,
prendendo confidenza a poco a poco,
chiesero il permesso alla Madonna.
Si mangiarono
i piedini
con bacini prima e poi
quelle manine,
per ultimo, il viso e le gote.

Si mangiarono
i piedini
con bacini prima e dopo.

Con bacini prima e dopo.

Poi insieme si misero,
poi insieme si misero a suonare
e a cantare con gli Angeli e Maria
con una voce
così dolce
che Gesù fece "Aaaah hà"
e poi chiuse
gli occhi aggraziati e si addormentò.

Con una voce
così dolce
che Gesù fece "Aaaah hà".

Che Gesù fece "Aaaah hà".

La ninna nanna che cantarono,
la ninna nanna che cantarono a me
sembra che dovesse essere
quella che ora dico.
Ma intanto
io la canto,
immaginatevi di essere
con i pastori
vicino al Bimbo bello anche voi.

Ma intanto
io la canto,
immaginatevi di essere.
Immaginatevi di essere.

Vieni sonno dal cielo,
vieni ad addormentare questo Bambino,
per pietà che è piccolino,
vieni sonno e non tardare.

Gioia bella di questo cuore,
vorrei diventare sonno,
per farti dolcemente
questi occhi belli addormentare.

Ma se Tu, per essere amato,
ti sei fatto Bambinello,
solo Amore è il sonno
che ti può far dormire.

Tutto questo può fare la ninna nanna,
per te quest'anima è arsa e buona.
Ti amo, ti amo. Uh, questa canzone
già ti ha fatto addormentare.

Ti amo Dio, bello mio,
ti amo Gioia, ti amo, ti amo.

Cantando poi e suonando,
cantando poi e suonando, i Pastori,
tornarono alle mandrie un'altra volta.
Ma cosa vuoi
che più riposo
non trovarono nel petto.
Al caro Bene
facevano spesso va e vieni.

Ma cosa vuoi
che più riposo
non trovarono nel petto.

Non trovarono nel petto.

L'inferno soltanto,
l'inferno soltanto e i peccatori
incalliti come lui e ostinati
ebbero
paura,
perchè nell'oscurità vogliono stare
i pipistrelli,
fuggendo dal sole, i bricconi.

Ebbero
paura,
perchè nell'oscurità vogliono stare.

Perchè nell'oscurità vogliono stare.

Anche io sono nero,
anche io sono nero peccatore,
ma non voglio essere rigido e ostinato.
Io non voglio
più peccare,
voglio amare, voglio stare
col Bambino bello
come ci stanno il bue e l'asinello.

Io non voglio
più peccare,
voglio amare, voglio stare.

Voglio amare, voglio stare.

Bambino mio tu sei,
bambino mio tu sei sole d'amore.
Fai luce e riscaldi anche i peccatori.
Quando è tutto
nero e brutto
come la pece, allora più
lo guardi
e lo fai diventare bello e splendente.

Quando è tutto
nero e brutto
Come la pece, allora più.

Come la pece, allora più.

Ma tu mi dirai,
ma tu mi dirai che piangesti,
perciò piange anche il peccatore.
Ho torto.
Ah, fossi morto
un'ora prima di peccare.
Tu mi hai amato
e io, come risposta, ti ho maltrattato.

Ho torto.
Ah, fossi morto
un'ora prima di peccare.

Un'ora prima di peccare.

E voi occhi miei,
e voi occhi miei, due fontane
dovete diventare, di lacrime, piangendo,
per lavare,
per scaldare,
i piedini di Gesù.
Chissà, calmo,
direbbe: "Via, che ti ho perdonato".

Per lavare,
per scaldare,
i piedini di Gesù.

I piedini di Gesù.

Beato me se avrò,
beato me se avrò questa fortuna.
Cosa mai potrei più desiderare?
O Maria,
speranza mia
mentre io piango, prega tu.
Pensa che anche
sei mamma dei peccatori.

O Maria,
speranza mia
mentre io piango, prega tu.

Mentre io piango, prega tu.
 
Fonte: QUI
^^
Testo dialettale:
A Betlemme se iettaje lu banne
contr’a criature sott’a li dduje anne.
Fuje Maria cu nu ruosse schiante
lu figlie arravugliate rint’a lu mante.
E li giudei nun hanne riciette
a ogni mamma sbatte lu core ‘mpiette.

Fuje Maria e va pe’ la campagna
ca l’angelo da ciele t’accumpagna.

Oje lloche ‘nu giudeo cu ‘na brutta faccia
le vo’ levà lu figlie da li braccia.
Fuje Maria e corre senza sciate
lu Bambenielle zitte e appaurate.
E attuorne attuorne nun ce sta repare
sule ciele scupierte e tiempe amare.

Curre Maria ca viente s’avvecine
curre e annascunne a Gies’ Bambine.

Quanne ‘a Maronna perze se verette
a ogni fronna ‘aiute! aiute!è ricette.
Frutte ‘e lupine mie, frutte ‘e lupine
arrapete e annascunne lu mio bambino.
‘Vattenne!’ lu lupine rispunnette
e forte forte le fronne sbattette.

Lupine ca tu fuste amare assaje
sempe cchiù amare addeventarraje.

E doppe ca lu lupine se ‘nzerraje
Maria a n’albere ‘e pigne tuzzuliaje.
Frutte ‘e pignuole mie, frutte ‘e pignuole,
arapete e annascunne lu mio figliuolo.
E subbete lu pignuole s’arapette
e mamma e figlie ‘nzine annascunnette.

Reparete reparete Maria
ca li giudei so ghiute p’ata via.

E doppe ca lu Bambine se salvaje
cu la manella santa lu carezzaje.
Pignuole tu puozz’esse beneritte
ca reparaste a Die zitto zitto.
Si ogge bbuone tu aviste lu core
de ‘ncienze sante purtarraje l’addore.

E donna e lu Bambino se salvajeno
‘na mane peccerella ‘nce lassajeno.
Pignuole tu che a Dio t’arapiste
‘nce purtarraje la mane ‘e Giesù Criste.
 
Fonte: QUI
Traduzione letterale:
E a Betlemme Erode emise un bando
contro ogni creatura sotto i due anni.

Fugge Maria con il cuore infranto,
il Figlio santo avvolto dentro il manto.

Mentre i giudei lo cercano con furore
ad ogni mamma in petto si spezza il cuore.

Ah! Maria, fuggi verso la campagna,
ah! che l'angelo del cielo ti accompagna
Quando Maria si sentì perduta
ad ogni fronda intorno chiese aiuto.

«Dolce lupino mio, dolce lupino
aiutami a nascondere il Bambino!»

Disse il lupino: «Vattene, Maria,
non mettere in pericolo la pace mia!»

Ah! Lupino che sei stato tanto amaro,
ah! da oggi tu sarai sempre più amaro!

E dopo che i suoi rami serrò il lupino
Maria vide in un campo un grande pino.

«O dolce pino mio, o dolce pino
aiutami a nascondere il Bambino!»

E subito il grande pino aprì i suoi rami,
al Bimbo ed a Maria diede riparo.
«Ah! Nasconditi, nasconditi, Maria,
ah! ormai i giudei son già su un'altra via!»

E dopo che il Bambino si salvò
con la manina santa lo accarezzò.

«O pino, tu per sempre sei benedetto
perché hai nascosto Dio zitto zitto.

Se oggi così dolce avesti il cuore
d'incenso santo porterai l'odore.»

Ah! E ora che il Bambino s'è salvato
ah! la mano piccolina ti ha lasciato.
Ah! O pino, che rifugio gli donasti,
ah! tu porterai la mano di Gesù Cristo!
 
Fonte: QUI
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