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NICCOLO' FABI - DISCOGRAFIA (Cover - Video - Testi)

Italia Canora :: MUSICA LEGGERA :: 
CANTANTI/GRUPPI ANNI' 90
 :: NICCOLO FABI

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NICCOLO' FABI - DISCOGRAFIA (Cover - Video - Testi)

Messaggio  admin_italiacanora il Gio Mar 28, 2013 1:04 pm


Di seguito viene riportata la discografia completa di NICCOLO' FABI

INDICE



Album

1997 - Il giardiniere
1998 - Niccolò Fabi
2000 - Sereno ad ovest
2003 - La cura del tempo
2006 - Novo Mesto
2009 - Solo un uomo
2012 - Ecco


Raccolte

2006 - Dischi volanti 1996-2006


DVD

2010 - Parole di Lulù

Fonte: QUI

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NICCOLO' FABI - 2012: ECCO (cd)

Messaggio  admin_italiacanora il Gio Mar 28, 2013 5:35 pm



1. TITOLO:

2012 – ECCO

* Etichetta:UNIVERSAL * Data di pubblicazione: 09-10-2012 * Genere: Pop e Rock Italiano * Supporto: 1 CD Audio * Nr. tracce: 11 * Tipo audio: Stereo * Durata:


2. RECENSIONE:

Ho iniziato questa recensione quattro volte e per quattro volte ho sentito di non essere sulla strada giusta. Credo che la risposta sia nella dirompente spontaneità che ho trovato in questo disco, il settimo di Niccolò Fabi, difficile da raccontare perché rispondente a una tale ispirazione e urgenza creativa che ogni giudizio ne mangerà la polvere.
Ma tant’è. Chi legge si aspetta che gli venga esposto criticamente questo lavoro e allora sappiate che le undici tracce che troverete in “Ecco” contengono - con ottimi risultati - tutta la presenza e la partecipazione sottintese nel titolo.
Chi dice “ecco” mostra o porge qualcosa, spesso ha ragione e qualche volta si arrende. Una piccola parola adatta a tante circostanze, così come tante sono le sfumature emotive e sonore che abitano queste canzoni inedite, tutte scritte e prodotte dallo stesso Fabi (con la sola eccezione del singolo di lancio “Una buona idea”, al cui testo ha partecipato anche Stefano Diana).
Dicevamo tante sfumature, quindi riflessioni a cascata, sfoghi (“voglio essere indipendente perché solo da indipendente si esiste, si resiste”), narrazioni (“la notte qui è notte davvero, è la madre del buio”), ricordi (“sono stato un bambino bello, o meglio fotogenico”) e sguardi rivolti a una società che manca di collettivismo (“si chiama egomania la nuova malattia di questa società”); cosa che non si può certo dire di questo disco, al quale ha preso parte uno stuolo di amici musicisti di Niccolò: da Roberto Angelini a Pier Cortese, da Andrea Di Cesare a Gabriele Lazzarotti fino a Daniele “Mr Coffee” Rossi, passando per Riccardo Parravicini e Fabio Rondanini.
Tre settimane di vita comune negli studi pugliesi di Roy Pacy e il risultato sa di grande impegno, perché l’atmosfera di gruppo si sente; li immaginiamo tutti intorno a Fabi, tutti presenti e partecipi per lui, ognuno con il suo “ecco”.
Peccato solo si fatichi a sentirne il senso di festa, a dispetto di una seriosità tipica dei professionisti più attenti.

La modalità di scrittura resta alta, come nella tradizione del cantautore romano, uomo che con le parole ha una certa confidenza e le sa maneggiare con esperienza. Musicalmente aspettatevi del sano pop-soft-rock, dal retrogusto folk, e poi tante ballate e altrettante incursioni: dai fiati di Roy Paci (“Indipendente”) alla banda di Aradeo (“Io), fino all’orchestra di archi dell’APM arrangiata da Stefano Cabrera e chiamata a fare la differenza in “Elementare” e ne “I cerchi di gesso”.
C’è ritmo in questo disco e c’è pacatezza, ma soprattutto c’è la naturalezza della scrittura – che si avverte sensibilmente – e di conseguenza la bellezza della spontaneità. Due in assoluto i momenti più alti: su tutti la title track, che chiude il disco con una forza interpretativa che non sarà facile replicare, la ruvidità della voce di Niccolò che grida “di certo non ti lascerò mai andare, di certo non ti lascerò sparire, ecco” - legata al suo vissuto personale - ci stordisce e azzittisce. Il secondo momento più godibile è “I cerchi di gesso”, un pop cadenzato, effettato e ricco di archi, complessità che si contrappone alla semplicità del testo che condivide uno spaccato dell’infanzia di Fabi.
Non è da meno “Una buona idea”, che già in radio ha saputo anticipare l’alto spessore autorale dell’intero album. Ecco, quello che andava detto è stato scritto, il resto va lasciato alla sensibilità di ciascuno.
Fonte: QUI


3. INTERVISTE:

“Ecco”, la libertà secondo Niccolò Fabi
Il settimo album dell'artista è forse il più bello della sua carriera, sicuramente il più completo. E a confermarlo c'è anche il fatto che per la prima volta in 15 anni di carriera il cantante è entrato nella top five degli album più venduti. Intervista esclusiva al Fatto Quotidiano.

“Ecco” è il titolo scelto per il settimo album di Niccolò Fabi, forse il più bello della sua carriera, sicuramente il più completo. E a confermarlo c’è anche il fatto che per la prima volta in 15 anni di carriera, Fabi è entrato nella top five degli album più venduti. Un disco nato da un forte desiderio di libertà, seguendo l’ispirazione del momento più che un progetto scritto a tavolino “Ecco” è la sintesi di uno stato d’animo complesso, spaventato dalla felicità e scosso dal timore di perderla a un passo, come già capitato del resto.
Viatico al momento della gioia che ti fa sragionare, quella che vivi quando ti accorgi che si è fermato il tempo, che è successo qualcosa di bellissimo, un desiderio espresso quand’eri bambino che s’appresta a essere esaudito.

Niccolò Fabi oggi ha 44 anni e sette album alle spalle. A Roma si parla ancora di un gruppo di giovani musicisti che si esibivano fino a notte inoltrata presso Il Locale di Piazza Navona…
Sono passati ormai quasi vent’anni da quando nei pressi di Piazza Navona ci esibivamo al Bar del Fico… A quei tempi avvenne un piccolo miracolo perché in quel locale, gestito da una ventina di soci fra attori e musicisti in erba, c’era la possibilità per tutti di avere grandi prospettive. Non si doveva sottostare ad alcuna scelta editoriale, non c’erano particolari richieste da parte dei gestori come ad esempio l’obbligo di eseguire cover. Ognuno faceva la propria proposta senza aver l’obbligo del profitto.

Sono queste le condizioni alla base di ogni movimento artistico che voglia proporre o cercare di fare qualcosa di nuovo…
E noi avevamo la possibilità di sperimentare senza avere l’assillo di dover portare un minimo di 70 persone per poter suonare come succedeva altrove. In questo modo è stato possibile creare l’ambiente ideale. La voce si è subito sparsa e casualmente, in quel locale, si sono ritrovate personalità di buon livello che ascoltandosi, Daniele Silvestri, Federico Zampaglione, Max Gazzè, Riccardo Senigallia, frequentandosi tutte le sere, sono cresciute e migliorate insieme. In più, avevamo l’età perfetta, tutti tra i 24 e i 26 anni. Insomma, non eravamo né troppo piccoli, né troppo grandi. E la coincidenza di questi tre fattori, il luogo, l’età, e il caso, ha fatto sì che potessimo emergere.

A un certo punto cominciano ad arrivare i primi contratti.
Esatto, dandoci così anche lo stimolo professionale che ci mancava. Nel giro di quattro/cinque anni quasi tutti firmammo per una casa discografica, come se fosse la cosa più facile al mondo. È indiscutibilmente vero che riuscimmo a prendere in corsa l’ultimo treno che il mondo discografico mise a disposizione. Io firmai un contratto 3+2 cosa oggi irrealizzabile per un emergente.

Dal punto di vista musicale, qual è stato l’aspetto più interessante?
In quel periodo, dal punto di vista musicale, stilistico e artistico, la ‘romanità’ di quel gruppo di cantautori si aprì alle influenze esterne. Si cercavano molti punti di contatto, tanto che oggi vedo molte più affinità con il concetto di balotta hip hop, più di posse, di crew che con il classico cantautore alla De Gregori, isolato, che si scrive le proprie canzoni. Noi, in realtà, utilizzavamo le nostre canzoni, scritte e ispirate da esperienze personali, interagendo sul palco come si fa nel rap. Facevamo free style, e non dal punto di vista estetico, con felpe, cappucci e movenze particolari…ognuno aveva la propria chitarra, senza pose. Ecco, credo sia questo l’aspetto più interessante di quei tempi. La nostra cifra stilistica, quella della scuola romana.

Nel disco c’è una canzone intitolata “Indipendente” con spunti che inducono in riflessioni stimolanti. Qual è la differenza principale tra il cosiddetto mainstream e l’ambiente indie?
Avendo conosciuto sia artisti affermati sia emergenti, posso dire che le caratteristiche comuni che hanno chi ce la fa – prescindendo dall’aspetto tecnico-artistico – è che sanno cosa vogliono e pensano e ragionano sulla propria vita con un’intensità e dedizione, non dandosi scuse o accampando giustificazioni. E poi ho notato, rispetto al cosiddetto mainstream che in genere gli indie si prendono troppo sul serio e spesso con presunzione… non c’è ironia. Mai.

Canzoni come “I Cerchi di Gesso”, “Una buona Idea” e la stessa title track presentano una poetica tipica delle opere del Montale. Poche parole sufficienti a far scaturire un dialogo con le cose, la natura, i paesaggi. E un sentimento di dignità profondo, essenziale.
Credo che il compito che abbiamo noi artisti sia quello di fornire a persone che non hanno la fortuna di avere una giornata da dedicare a questo tipo di osservazioni o forse che non hanno neanche la sensibilità per poter cogliere la profondità delle cose in maniera così nitida, elementi per vedere la realtà in modo diverso, come fa la poesia. Trasformare di fronte ai tuoi occhi un’immagine comune come in un sogno, in una fuga dalla realtà. Riguardo alla poetica, c’è un aspetto nella scrittura dei testi che è molto legato alle immagini della realtà. Non concetti o pensieri astratti. E le scene tratte dalla ordinaria realtà diventano porte d’accesso per altri mondi.

Non indichi però una via di fuga dal male di vivere, un modo per sfuggire alla divina indifferenza.
Bè, le canzoni – parlo del mio caso – sono premesse, dei punti di partenza, non diamo loro troppe responsabilità. Sono fatte di poche parole e la loro bellezza sta nel fatto che non possano essere approfondite, ma evocative quello sì. Del resto, la canzone d’autore non è un trattato sociologico, né può essere un romanzo, quindi inevitabilmente ha altre caratteristiche… come quella di indirizzare, a livello di significato, grazie all’espressione che si utilizza nel canto e alla grazie musica.
Fonte: QUI


Intervista su BLOGSFERE: