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IL VIAGGIO DI UN EROE Da Aquilea a Roma per ricordare il milite ignoto

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IL VIAGGIO DI UN EROE Da Aquilea a Roma per ricordare il milite ignoto

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Nov 01, 2011 7:32 pm


“Il Viaggio dell’Eroe”, un treno speciale celebra il 90° anniversario del Milite Ignoto

Arriva domani a Roma la mostra itinerante che ha toccato 15 città italiane.

Arriva mercoledì 2 novembre alle 10.45 al binario 1 della Stazione Termini il treno speciale “Il Viaggio dell’Eroe”, che rievoca la traslazione della salma del Milite Ignoto da Aquileia a Roma, avvenuta il 26 ottobre del 1921.

Ad accoglierlo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, il Ministro della Difesa Ignazio La Russa, il Sindaco di Roma Gianni Alemanno. Presenti alla cerimonia anche il presidente e l’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Lamberto Cardia e Mauro Moretti.

L’iniziativa rientra nelle celebrazioni per il 150° dell’Unità d’Italia ed è curata da Alessandro Nicosia.

“Il viaggio dell’Eroe” ha attraversato l’Italia, toccando 15 città, così come avvenne 90 anni fa, trasformato in una mostra itinerante che resterà aperta al pubblico presso la Stazione Termini da giovedì 3 a domenica 6 novembre al binario 21 (ingresso gratuito, dalle 9.30 alle 18.30). Insieme alla mostra “Il Milite Ignoto” che viene inaugurata il 4 novembre al Complesso del Vittoriano, “Il Viaggio dell’Eroe” documenta la straordinaria partecipazione popolare al passaggio del feretro dell’anonimo difensore della Patria, a testimonianza di un’Italia unita intorno ad un simbolo condiviso di identità nazionale.

La cerimonia di traslazione del Milite Ignoto, che arrivò a Roma il 4 novembre 1921 accolta dal Re, la famiglia reale e le più alte autorità dello Stato, a partire dal capo del governo Ivanoe Bonomi, si concluse con le esequie solenni nella Basilica di Santa Maria degli Angeli e l’inumazione all’interno del monumento del Vittoriano.

La mostra itinerante – che è partita da Cervignano-Aquileia e ha toccato nell'ordine: Udine, Treviso, Venezia, Padova, Rovigo, Ferrara, Bologna, Pistoia, Prato, Firenze, Arezzo, Chiusi e Orvieto, prima di fermarsi appunto a Roma – è allestita sui cinque vagoni del treno, tre per le diverse sezioni espositive “Aquileia”, “Il Viaggio”, e “A Roma”, uno adibito a sala cinema per la proiezione delle immagini storiche e un carro speciale a pianale con una fedele ricostruzione della traslazione del Milite Ignoto con il braciere, il Tricolore e un affusto di cannone del 1906.
Fonte: QUI




Ultima modifica di admin_italiacanora il Mar Nov 01, 2011 10:26 pm, modificato 1 volta
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Re: IL VIAGGIO DI UN EROE Da Aquilea a Roma per ricordare il milite ignoto

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Nov 01, 2011 10:06 pm

Il Milite ignoto, 90 anni fa




Papa Benedetto XV la definì “flagello dell’ira di Dio”, “orrenda carneficina che disonora l’Europa”, “un mondo fatto ospedale e ossario”, “il suicidio d’Europa” ed infine “la più fosca tragedia dell’odio umano e dell’umana demenza”. Per il filosofo Benedetto Croce la vittoria “è venuta piena, sfolgorante e quel che è meglio, meritata”. Sul bollettino della Vittoria, il generale Diaz disse che “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli, che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

Il sentimento degli italiani al termine del primo conflitto mondiale era questo, orgoglioso della vittoria ma turbato dalla sterminata memoria dei morti e dal pietoso pianto delle madri e delle mogli, in particolare di coloro che non avevano neppure una tomba ed un corpo su cui posare un fiore.

Tutto questo, unitamente al desiderio nazionale di onorare i caduti, fecero nascere l’esigenza di lenire il dolore, rendendo gli onori ad una salma di un combattente anonimo, che rappresentasse tutti i morti in combattimento.

L’Italia sentì l’esigenza di avere un simbolo di gloria e di virtù, nonché punto di riferimento per le generazioni future, avrebbe dovuto essere un eroe puro e sublime, che racchiudesse in se tutte le migliori virtù del soldato italiano. Nel 1920 l’allora colonnello Giulio Douhet, propose per primo di onorare i caduti italiani, le cui salme non furono identificate, con la creazione di un monumento al Milite Ignoto a Roma. Dopo non poche resistenze della monarchia, che vedeva in questo simbolo una sconfitta, in quanto riteneva che la Vittoria fosse giunta per merito dei propri condottieri e capi e non per merito dei soldati (oltretutto di coloro che non si conosceva il valore e neppure il nome), venne deciso di collocare la tomba del Milite Ignoto sotto la statua della dea Roma, presso il complesso monumentale del Vittoriano a piazza Venezia.

La proposta venne approvata ed il 20 agosto 1921, il ministro della guerra, On. Gasparotto, emanò le prime disposizioni in merito alle “solenni onoranze alla salma senza nome di un soldato caduto in combattimento alla fronte italiana nella guerra italo-austriaca 1915-1918”. Il ministro dispose la costituzione di una speciale commissione con a capo il Ten. Gen. Paolini (ispettore per le onoranze alle salme dei caduti), della stessa fecero parte anche il Ten. Col. Paladini (capo ufficio dell’ispettorato stesso), un ufficiale superiore medico designato dall’ispettore e quattro ex combattenti (un ufficiale, un sottufficiale, un caporale ed un soldato) designati dal sindaco di Udine.
Con apposita delibera datata 26 settembre, Il Cav. Luigi Spezzotti, sindaco della cittadina friulana, designò quali membri della commissione il Ten. Augusto Tognasso (mutilato e con 36 ferie), il Serg. Giuseppe de Carli, (decorato di medaglia d’oro al Valor Militare), il C.le Mag. Giuseppe Sartori, (decorato di medaglia d’argento e di bronzo) ed il soldato Massimo Moro, (anch’esso medaglia d’argento al V.M.). Il Sindaco nominò anche quattro supplenti in modo tale da assicurare l’ininterrotto funzionamento della commissione: Col. Carlo Trivulzio, il Serg. Ivanoe Vaccaroni, il C.le Mag. Luigi Marano ed il soldato Lodovico Duca.
Ad accompagnare la commissione, ma senza farne parte, ci fu il cappellano militare Don Pietro Nanni.

Il ministro dispose che la ricerca della salma da esumare fosse effettuata alla presenza di tutti i membri della commissione e che essa avrebbe dovuto appartenere ad un caduto “certamente non identificabile”, inoltre la salma avrebbe dovuto essere prelevata a caso tra i corpi di 11 militari acquisiti sui tratti più avanzati del fronte di guerra: San Michele, Gorizia, Monfalcone, Cadore, Alto Isonzo, Asiago, Tonale, Monte Grappa, Montello, Pasubio e Campo Sile.

Il ministro dispose inoltre che tutte le salme fossero collocate in bare di legno grezzo, di forma e dimensioni identiche, fatte allestire a Gorizia, inoltre per ogni esumazione avrebbe dovuto redigersi un verbale, per evidenziare tutte le cautele adottate. Le operazioni avrebbero dovuto terminare entro il 27 ottobre 1921 ed entro tale data le 11 salme sarebbero dovute giungere nella cattedrale di Aquileia (UD) dove per il giorno successivo era fissata la cerimonia.

Alle ore 9 di domenica 2 ottobre la commissione venne fatta riunire a palazzo Caiselli di Udine e prima di partire per Trento, il Ten. Gen. Paolini fece fare solenne giuramento a tutti i membri, per assicurarsi che mai e poi mai avrebbero rivelato i luoghi ove si sarebbero svolte le esumazioni.

Doveroso è quindi precisare che le successive indicazioni sono frutto di varie testimonianze e indicazioni, prima fra tutte quella del Ten. Col. Cadeddu che nel 1998 pubblicò uno scritto per il Circolo Vittoriense di ricerche storiche, in occasione dell’80° della Vittoria.

Lunedì 3 ottobre la commissione da Trento si spostò sui monti circostanti Roveredo ma non trovando salme insepolte, decise di prelevarne una dal cimitero di guerra di Lizzana (TN). La commissione prelevò un fante “in atto di tranquillo e sereno riposo, vestito della sua uniforme e con indosso le giberne”. Il corpo venne avvolto nel tricolore e composto in una delle 11 bare ed il capo del soldato venne poggiato su un cuscino di rami di pino. Era la prima salma raccolta.

La commissione a questo punto attraverso il Pian delle Fugazze e le Porte del Pasubio, giunse in un cimitero allestito nelle vicinanze delle trincee e qui, con le stesse modalità precedenti, venne riesumato un corpo di un soldato. Su richiesta del sindaco di Schio le salme vennero portate nella chiesa affinché la cittadinanza tributasse il giusto onore ed in particolare le spose “… che con il cuore straziato accarezzarono con infinito amore le teste dei bimbi, che negli occhi portavano l’immagine del padre defunto”.

Le ricerche successive portarono la commissione sull’altopiano di Asiago dove sul Monte Ortigara, in un crepaccio chiuso da un groviglio di filo spinato, furono ritrovati i corpi di due soldati con a fianco ancora i moschetti e le cartucciere nelle giberne. Uno solo di essi fu scelto per essere traslato.
La tappa successiva fu il Monte Grappa, dove venne prelevata una salma di un corpo segnalato da una croce in legno, in una piccola valle.
Sul Montello, non trovando più corpi che non fossero già tumulati, la commissione decise di recarsi presso il cimitero di guerra di Collesel delle Zorle (dove erano presenti circa 9000 caduti) e recuperare uno fra i 3000 corpi senza nome. Il cadavere pietosamente ricomposto nella bara in legno, fu poi trasportato, unitamente agli altri cinque, a Conegliano per gli onori della cittadinanza.

La sesta salma venne invece esumata nel pressi di Jesolo nel cimitero di Guerra di Ca’ Gamba ed anch’essa venne poi portata per i saluti della cittadinanza a Conegliano.
A questo punto la commissione portò le sei bare avvolte nel tricolore a Udine dove, su affusti di cannone e due ali di popolo, i feretri furono depositati nella chiesetta del castello e cinti da una ringhiera di vecchi moschetti raccolti nelle trincee.
Da Udine la commissione si recò sulle Dolomiti e non trovando corpi nella zone di battaglia delle Tofane e del Falzarego, decise di esumarne uno dal locale cimitero di guerra del Monte Crepa. La salma raggiunse poi Udine per congiungersi alle altre sei nella chiesa del castello da dove successivamente furono trasferite in quella di Sant’Ignazio di Gorizia, distrutta dalle granate, sul fronte più avanzato della Grande Guerra.

Sulla cima del Rombon, nei pressi di Caporetto (oggi territorio Sloveno), lungo la risalita dell’Isonzo, sotto un cumulo di sassi ed accanto ad un’anonima croce, venne ritrovata l’ottava salma ed anch’essa inviata a Gorizia.

Sul Monte San Michele, vero calvario per i fanti italiani, alle pendici del San Marco, fu rinvenuto un corpo segnalato da una croce in legno e con ancora in pugno la propria arma. Anche questo corpo fu traslato nella chiesa di Sant’Ignazio a Gorizia.

La penultima tappa fu Castelgnevizza del Carso, dove sotto un groviglio di filo spinato ed un palo spezzato, fu rinvenuto il corpo di un militare sepolto accanto ad un altro. Anch’esso fu trasportato a Gorizia.
L’ultimo eroe senza nome invece venne traslato nella Chiesa di Sant’Ignazio, dalle foci del Timavo da San Giovanni Tuba, dove sotto una croce consumata dal tempo giaceva il suo corpo anonimo.

A questo punto il compito della commissione giunse al termine, aveva scelto gli undici corpi da portare ad Aquileia. Il 26 ottobre il corteo si mosse verso l’antica colonia romana passando al cospetto del Monte Sabotino e del Monte San Michele, ovunque scene strazianti del dolore materno, silenzi profondi, pianti e canti in onore del protagonista della Vittoria: il Soldato Ignoto.

Nel pomeriggio del 27 ottobre la Canzone del Piave, cantata dalle voce degli alunni delle scuole elementari, accolse l’arrivo del corteo. La prima bara fu portata da alcune madri, le successive a spalla da combattenti e mutilati, tutte ricoperte dalla bandiera tricolore e da un elmetto cinto di alloro.
Senza l’intervento di alcun oratore ufficiale, agli 11 cataletti fu impartita l’assoluzione e poi vennero collocati su due grandi catafalchi, cinque a destra e sei a sinistra dell’altare maggiore della Basilica. Al termine di un semplicissimo rito, il tempio venne fatto sgombrare e per tutta la notte le bare vennero cambiate di posizione, così da essere sicuri che nemmeno una particolare venatura del legno o una posizione di un chiodo, potesse suggerire a qualche addetto ai lavori, su quale fronte fosse stata recuperata quella che da li a poco sarebbe divenuta la salma del Milite Ignoto.
Alle ore 11 del 28 ottobre, Monsignor Angelo Bartolomassi, Vescovo di Trieste, officiò la cerimonia ed al termine, dopo la benedizione dei feretri con l’acqua del Timavo, venne il momento della struggente scelta della salma da traslare a Roma. Tale mesto compito fu affidato a Maria Bergamas di Trieste il cui figlio irredentista Antonio, aveva disertato l’esercito austriaco per arruolarsi come volontario in quello italiano, cadendo in combattimento senza che il suo corpo fosse identificato.

In un silenzio assurdo rotto solo dai colpi a salve dei cannoni, scortata da quattro medaglie d’oro, la donna venne portata al cospetto delle undici bare ed inginocchiandosi davanti all’altare, portò le mani al volto, piegò il capo e piange. Trascorsi alcuni istanti di intensa commozione dove non vi fu lacrima che tenne, da Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, Comandante dell’invitta III^ Armata all’ultimo dei soldati, Maria guardò lentamente le 11 bare quasi come avesse deciso di voler prima passare dinanzi ad ognuna, ad interrogare il silenzio, a salutare i corpi che contengono, ma tremante e curva, con movimenti quasi irreali, oltrepassò la prima bara ed improvvisamente cadde in ginocchio davanti alla seconda, alzò un braccio e pronunciando il nome del proprio figlio Antonio, congiunse le mani sulla bara dove depone un velo nero: Maria Bergamas, madre delle madri italiane aveva scelto il rappresentante dei figli d’Italia, sarà quello per l’eternità il Soldato Ignoto.

A questo punto la bara venne chiusa in una seconda di zinco, poi in un terza di quercia i cui quattro angoli erano sostenuti da autentiche bombe a mano trovate sui campi di battaglia, sul coperchio venne fissata un’alabarda d’argento, dono del comune di Trieste ed in una teca d’argento venne collocata una medaglia d’oro, dono dei comuni di Udine, Gorizia ed Aquileia. Trasportata da reduci decorati e più volte feriti, la bara venne caricata su un affusto di cannone trainato da cavalli e depositata su un vagone ferroviario appositamente allestito, su cui fu incisa la citazione dantesca “l’ombra sua torna che era dipartita”. Alla presenza di un irrigidito e commosso Duca d’Aosta, al suono de “La Leggenda del Piave”, il treno, guidato dal pluridecorato Giuseppe Marcuzzi di Cervignano partì alla volta della Capitale.

      


Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio

dei primi fanti il ventiquattro maggio;
l'esercito marciava per raggiunger la frontiera
per far contro il nemico una barriera!
Muti passaron quella notte i fanti,
tacere bisognava e andare avanti.
S'udiva intanto dalle amate sponde
sommesso e lieve il tripudiar de l'onde.
Era un presagio dolce e lusinghiero.
il Piave mormorò: "Non passa lo straniero!"
Ma in una notte triste si parlò di tradimento
e il Piave udiva l'ira e lo sgomento.
Ahi, quanta gente ha visto venir giù, lasciare il tetto,
per l'onta consumata a Caporetto.
Profughi ovunque dai lontani monti,
venivano a gremir tutti i ponti.
S'udiva allor dalle violate sponde
sommesso e triste il mormorio de l'onde.
Come un singhiozzo in quell'autunno nero
il Piave mormorò: "Ritorna lo straniero!"
E ritornò il nemico per l'orgoglio e per la fame
voleva sfogar tutte le sue brame,
vedeva il piano aprico di lassù: voleva ancora
sfamarsi e tripudiare come allora!
No, disse il Piave, no, dissero i fanti,
mai più il nemico faccia un passo avanti!
Si vide il Piave rigonfiar le sponde
e come i fanti combattevan l'onde.
Rosso del sangue del nemico altero,
il Piave comandò: "Indietro va', straniero!"
Indietreggiò il nemico fino a Trieste fino a Trento
e la Vittoria sciolse l'ali al vento!
Fu sacro il patto antico, tra le schiere furon visti
risorgere Oberdan, Sauro e Battisti!
Infranse alfin l'italico valore
le forche e l'armi dell'Impiccatore!
Sicure l'Alpi, libere le sponde,
e tacque il Piave, si placaron l'onde.
Sul patrio suol vinti i torvi Imperi,
la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!

Fonte: QUI


Le cronache, le fotografie e le riprese cinematografiche dell’epoca raccontano e mostrano la commozione di centinaia e centinaia di migliaia di italiani che rendono il loro saluto al Milite Ignoto, il commosso saluto di una nazione a tutti i suoi figli perduti, in ogni città, in ogni stazione e lungo tutto il percorso il treno attraversò l’Italia tra due ali di folla inginocchiata, c’erano tutti, l’Italia era unita del dolore, era il viaggio dell’Anima stessa dell’Italia. Treviso, Venezia, Bologna, Firenze, l’Italia era ad attendere.

Giunto a passo d’uomo a Roma, il convoglio raggiunse le stazione Termini, il milite Ignoto fu calato dal carro funebre e trasportato da 12 medaglie d’oro alla Basilica di Santa Maria degli Angeli, dove i romani poterono onorare il soldato senza nome.
Alle ore 9,00 del 4 novembre 1921, terzo anniversario della Vittoria, il feretro fu prelevato dalla Basilica e posato su un affusto di cannone. Il corteo era guidato da un plotone di Carabinieri a cavallo e da un reparto in armi in cui, oltre ad esercito e marina, erano inquadrati ascari eritrei e libici del Corpo delle Truppe Coloniali, Guardia di Finanza ed agenti di Pubblica Sicurezza, seguivano le 753 Bandiere dei reggimenti d’Italia e i gonfaloni dei comuni decorati al Valor Militare, al centro c’era l’affusto di cannone con il Milite Ignoto con a fianco i decorati al Valore, venti madri e venti vedove di guerra, seguito da 1800 Bandiere appartenenti alle Associazioni Combattentistiche.

Alle 10 il corteo fece il suo ingresso a piazza Venezia, il rombo dei cannoni sparati da Monte Mario e dal Gianicolo, unitamente alle campane suonate a gloria in tutta l’Italia, accompagnarono il feretro sulla scalinata del Vittoriano, ad attenderlo tutte le autorità militari, politiche e la Real Casa al completo.
Otto decorati portarono a spalla il feretro sotto la statua della dea Roma, il Re fissò con un martello d’oro la medaglia d’oro al Valor Militare conferitagli con la seguente motivazione: “Degno figlio di una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruente battaglie e cadde combattendo senz’altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria”.

Un soldato semplice pose sulla bara l’elmetto del fante, dopodiché il sarcofago venne calato nel sacello e su di esso venne depositata per l’eternità la pietra tombale con incisa la scritta latina “Ignoto Militi”.

Erano le ore 10,36 del 4 novembre 1921 e da quell’istante il fuoco eterno arde davanti all’ara.

Maria Bergamas, quell’eccezionale e coraggiosa donna che arditamente aveva affrontato la straziante cerimonia nella Basilica di Aquileia, morì nel 1952 a Trieste, ma dovette attendere per due anni il rientro della città giuliana all’Italia, affinché si potesse esaudire il suo ultimo desiderio: essere sepolta per sempre accanto ai suoi dieci figli.
Sulla tomba dietro il tempio aquileiense, sotto la statua del Cristo che distoglie una mano dalla croce per carezzare il soldato ferito, a perenne ricordo venne fissata un’iscrizione “MARIA BERGAMAS PER TUTTE LE MADRI – IV NOVEMBRE MCMLIV”.
Mai iscrizione fu più degna.
Fonte: QUI


Documentario del 2006 sulla storia del Milite Ignoto e del monumento che ne ospita il sacello:







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