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LA TRAVIATA

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LA TRAVIATA

Messaggio  admin_italiacanora il Lun Giu 13, 2011 11:31 pm



su libretto di Francesco Maria Piave

PERSONAGGI

VIOLETTA Valéry (soprano)
FLORA Bervoix (mezzosoprano)
ANNINA (mezzosoprano)
ALFREDO Germont (tenore)
GERMONT Giorgio, padre di Alfredo (baritono)
GASTONE Visconte de Letorières (tenore)
BARONE Douphol (baritono)
MARCHESE d'Obigny (basso)
DOTTORE Grenvil (basso)
GIUSEPPE servo di Violetta (tenore)
DOMESTICO di Flora (basso)
COMMISSIONARIO (basso)

Coro di Signori e Signore amici di Violetta e Flora, Mattadori, Piccadori, Zingare.

Comparse di Servi di Violetta e di Flora, Maschere, ecc. ecc.

Parigi e sue vicinanze, nel 1700 circa.

N.B. Il primo atto succede in agosto, il secondo in gennaio, il terzo in febbraio;


1. NOTE
La traviata è un'opera in tre atti di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dalla pièce teatrale di Alexandre Dumas (figlio) La signora delle camelie; viene considerata l'opera più significativa e romantica di Verdi e fa parte della "trilogia popolare" assieme a Il trovatore e a Rigoletto.

La prima rappresentazione avvenne al Teatro La Fenice di Venezia il 6 marzo 1853 ma, a causa soprattutto di interpreti non all’altezza e della scabrosità dell'argomento, si rivelò un sonoro fiasco; ripresa l’anno successivo con interpreti più validi e retrodatando l'azione di due secoli, riscosse finalmente il meritato successo.


Locandina della Prima della Traviata

Fra i passaggi più popolari dell'opera, l'invocazione di Violetta Amami, Alfredo, il famoso brindisi Libiamo ne' lieti calici, la cabaletta Sempre libera degg'io, il concertato finale del secondo atto, l'aria Addio, del passato e il duetto Parigi, o cara.


2. TRAMA

Atto I
Dopo un profondo e toccante preludio, il sipario si apre mostrando un elegante salone della casa parigina di Violetta Valery, dove lei, donna di mondo, attende gli invitati. In breve questi sopraggiungono. Violetta saluta tra gli altri, il Marchese d'Obigny, Flora Bervoix e il visconte Gastone de Letorières, che le presenta Alfredo Germont, spiegandole che è un suo grande ammiratore e che durante la sua recente malattia si era recato spesso nella sua casa per ricevere notizie. Dopo aver chiesto spiegazioni per il comportamento ammirevole di Alfredo, Violetta rimprovera il suo protettore, il Barone Douphol, di non aver avuto la stessa sollecitudine del giovane; il Barone, irritato, mostra il suo disappunto a Flora. Poco dopo Alfredo, seppur inizialmente riluttante, propone un brindisi (Libiamo ne' lieti calici), al quale si unisce subito Violetta, seguita dagli altri invitati, che cantano gioiosamente le lodi del vino e dell'amore.

Si ode quindi della musica provenire dalle altre stanze; Violetta invita gli ospiti a recarsi nella sala accanto. Uscendo, però, si sente male. Sedendosi, invita gli ospiti ad avviarsi e promette di raggiungerli subito. Guardandosi allo specchio, Violetta nota il suo pallore e allo stesso tempo si accorge di Alfredo, che si è trattenuto ad aspettarla. Egli la rimprovera per aver trascurato la sua salute e poi confessa di amarla. Colpita, Violetta chiede da quanto egli l'ammiri. Alfredo risponde che l'ama da un anno, dalla prima volta in cui l'ha vista (Un dì felice, eterea). Incapace di provare vero amore, Violetta propone una semplice amicizia, ma quando Alfredo sta per allontanarsi gli porge un fiore, invitando il giovane a riportarglielo il giorno seguente. Alfredo si allontana felice. Intanto giungono dalla stanza vicina gli ospiti che prendono congedo da Violetta, ringraziandola per la bella e allegra serata (Si ridesta in ciel l'aurora). Ormai sola, Violetta nota con incredibile sorpresa che le parole di Alfredo l'hanno scossa (È strano! è strano). Incerta, decide infine di continuare a vivere come ha sempre fatto, come una cortigiana e di rinunciare ad essere finalmente amata seriamente (Sempre libera degg'io).

Atto II - Quadro I
Alfredo e Violet (De’ miei bollenti spiriti), quando sopraggiunge Annina. Interrogata da Alfredo, essa ammette di essere stata a Parigi per vendere tutti i beni della sua padrona coi quali poter pagare le spese di mantenimento della casa. La somma ammonta a 1.000 luigi e Alfredo promette di andare lui stesso a sistemare gli affari e raccomanda ad Annina di non far parola del loro dialogo con Violetta. Una volta solo, Alfredo si incolpa per la situazione finanziaria (Oh mio rimorso! Oh infamia!).

Violetta entra in scena ed il suo cameriere, Giuseppe, le porge una lettera di invito per quella sera ad una festa presso il palazzo di Flora. Subito dopo Giuseppe annuncia la visita di un signore. Violetta ordina di farlo entrare, credendolo il suo avvocato. È invece Giorgio Germont, il padre di Alfredo, che la accusa duramente di voler spogliare Alfredo delle sue ricchezze. Violetta allora gli mostra i documenti che provano la vendita di ogni suo avere per mantenere l'amante presso di lei ed il vecchio signore capisce la situazione. Pur convinto dell'amore che lega Violetta al figlio, egli le chiede un sacrificio per salvare il futuro dei suoi due figli. Germont spiega che ha anche una figlia e che Alfredo, se non torna subito a casa, rischia di mettere in pericolo il matrimonio della sorella (Pura siccome un angelo). Violetta così propone di allontanarsi per un certo periodo da Alfredo; ma non basta e il vecchio Germont le chiede di abbandonarlo per sempre. Violetta, senza parenti né amici e provata dalla tisi, non può accettare. Germont le fa allora notare che quando il tempo avrà cancellato la sua avvenenza (Un dì quando le veneri), Alfredo si stancherà di lei, che non potrà trarre nessun conforto, non essendo la loro unione benedetta dal cielo. Stremata, Violetta accetta di lasciare Alfredo.

Rimasta sola, Violetta scrive dapprima al barone Douphol, poi ad Alfredo per annunciargli la sua decisione di lasciarlo; non appena terminata la lettera, Alfredo entra agitato perché ha saputo della presenza del padre. Propone a Violetta di andare a conoscerlo ma lei, dopo essersi fatta giurare l'amore di Alfredo (Amami Alfredo), fugge. Alfredo si insospettisce della fuga di Violetta, e quando vede la lettera sul tavolo, capisce che lei è alla festa, e, infuriato, decide di recarsi anche lui a casa di Flora, nonostante le suppliche del padre.

Quadro II
Alla festa a casa di Flora Bervoix si vocifera della separazione di Violetta e Alfredo. Durante i festeggiamenti per il carnevale, Alfredo arriva per cercare Violetta, e successivamente Violetta arriva accompagnata dal barone. Alfredo, giocando, insulta in modo indiretto Violetta, scatenando l'ira del barone, che lo sfida ad una partita di carte. Il barone perde ed Alfredo incassa una grande somma. Violetta chiede un colloquio con Alfredo, durante il quale lo supplica di andare via e, mentendogli, dice di essere innamorata del Barone. Alfredo, sdegnato, chiama tutti gli invitati (Or testimon vi chiamo che qui pagata io l'ho), e getta una borsa di denaro ai piedi di Violetta, che sviene in braccio a Flora. Tutti inveiscono contro Alfredo, e arriva il padre che lo rimprovera del fatto. Il barone decide di sfidare a duello Alfredo.

Atto III
La scena si svolge nella camera da letto di Violetta. La tubercolosi si fa più acuta e ormai il dottor Grenvil rivela ad Annina,la domestica di lei, che Violetta è in fin di vita. Violetta, sola nella sua stanza, rilegge una lettera che custodiva vicino al petto, nella quale Giorgio Germont la informava di aver rivelato la verità ad Alfredo e che il suo amato, in viaggio in un paese lontano, sta tornando da lei. Verdi accompagna il parlato della protagonista con un violino solista che accenna il canto d'amore di Alfredo del primo atto Di quell'amor ch'è palpito. Violetta sa che è troppo tardi ed esprime la sua disillusione nella romanza Addio, del passato bei sogni ridenti.

Per contrasto, all'esterno impazza il carnevale. Annina porta una buona notizia: è arrivato Alfredo, che entra, abbraccia Violetta e le promette di portarla con sé lontano da Parigi (Parigi, o cara...). Giunge anche Giorgio Germont, che finalmente manifesta il suo rimorso. Violetta chiama a sé Alfredo e gli lascia un medaglione con la sua immagine, chiedendogli di ricordarsi sempre di lei. Per un momento Violetta sembra riacquistare le forze, si alza dal letto, ma subito cade morta sul canapè.
Fonte: QUI


3. LIBRETTO DELL'OPERA IN FORMATO PDF: QUI


4.ELENCO DEI BRANI
ATTO I°
  • 01. Preludio
  • 02. Dell'invito trascorsa e gia l'ora?
  • 03. Brindisi
  • 04. Che e cio?
  • 05. Un di felice, eterea
  • 06. Ebben? Che diavol fatte?
  • 07. Si ridesta in ciel l'aurora
  • 08. E strano!.....Ah, fors'e lui
  • 09. Follie! Delirio vano e questo!... Sempre libera

    ATTO SECONDO
  • 10. Preludio
  • 11. Lunge da lei... De' mei bollenti spiriti
  • 12. Annina, donde vieni?... O mio rimorso!
  • 13. Alfredo?
  • 14. Pura siccome un angelo
  • 15. Non sapete quale affetto
  • 16. Un di, quando le veneri
  • 17 Ah! Dite alla giovine
  • 18. Imponete!
  • 19. Dammi tu forza, o cielo
  • 20. Che fai?
  • 21. Ah, vive sol quel core
  • 22. Di Provenza il mar, il suol
  • 23. Ne rispondi d'un padre all'affetto?...
  • 24. Avrem lieta di maschere la notte
  • 25. Noi siamo zingarelle
  • 26. Di Madride noi siam mattadori
  • 27. Alfredo! Voi
  • 28. Invitato a qui seguirmi
  • 29. Ogni suo aver tal femmina
  • 30. Di prezzo degno se stesso rende
  • 31. Alfredo, Alfredo, di questo cuore

    ATTO TERZO
  • 32. Preludio
  • 33. Annina?
  • 34. Teneste la promessa...
  • 35. Largo al quadrupede
  • 36. Signora
  • 37. Ah, non piu... Ah! Gran Dio! Morir si giovine
  • 38. Ah, Violetta?
  • 40. Prendi, quest'e l'immagine


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LA TRAVIATA I° ATTO

Messaggio  admin_italiacanora il Gio Giu 16, 2011 11:17 pm


"LA TRAVIATA". Giuseppe VERDI

ORQUESTA FILARMONÍA - ORFEÓN FILARMÓNICO. Dir: Sergio Kullhman


Cantantes: Sonia de Munck, Javier Agulló, Luís Santana, Tatyana Melnichenko, Pablo Rossi, Paul Tissierre, Virginia llamas, Francisco Javier Sánchez, Elier Muñoz, Enrique Sanso
Dir.Musical: PASCUAL OSA
Dir.Escena: PEDRO PABLO JUÁREZ
Producción: SARA MENOR
Escenografía: Jaraíz Oficios Artísticos. Iluminación: Pedro Pablo Juárez. Vestuario: Cornejo. Atrezzo: Hijos de Mateos. Maquinistas: MAMBO decorados. Transporte: Castillo. Maquillaje: Mauro Gastón. Subtítulos: ÓPERA POPULAR. Medios: AELUMENDI.


Teatro Auditorio de Roquetas de Mar. Almería


A1.n1.PRELUDIO
L'opera si apre con "un toccante preludio che stabilisce un senso di tragedia imminente", e il cui struggente tema iniziale verrà ripreso al principio dell'atto conclusivo: ma presto la musica, all'inizio così sofferente, si scioglie nella melodia cantabile di "Amami, Alfredo", inno dell'amore appassionato e disinteressato di Violetta (la ragazza lo intonerà al termine della prima scena del secondo atto, quando avrà già deciso di farsi da parte su richiesta del vecchio Germont). Proseguendo, il brano si fa leggero e frivolo, come a evocare (attraverso i movimenti degli archi) le gioie della vita mondana: giusto in tempo per la festa che apre l'azione sul palco.

Verdi compose la musica del preludio, così come il resto dell'opera, nella sua casa di Sant'Agata, nei pressi di Busseto, dove si era ritirato con la compagna Giuseppina Strepponi sin dal 1851, dopo aver lasciato la dimora cittadina di Palazzo Orlandi per evitare la crescente curiosità degli abitanti del paese (era ormai una celebrità, e la sua relazione con Giuseppina – il cui passato a sua volta non era privo di macchie – era fonte di chiacchiere e pettegolezzi: i due si sarebbero sposati solo nel 1859).
Qualche biografo ha addirittura suggerito che fu proprio l'amore per Giuseppina a spingere il compositore a scegliere "La signora delle camelie" come soggetto della nuova opera.
Da notare che anni prima, nel 1844, aveva invece rifiutato di adattare in musica un testo di Victor Hugo ("Marion Delorme") dai temi simili, spiegando che "la protagonista è d'un carattere che non mi piace. Le donne puttane non mi piacciono in scene".
Che avesse cambiato opinione lo testimonia una lettera scritta a un amico nel gennaio 1853, nella quale comunicava che "A Venezia faccio La Dame aux camélias che avrà per titolo, forse, Traviata. Un soggetto dell'epoca. Un altro forse non l'avrebbe fatto per i costumi, per tempi e per altri mille goffi scrupoli. Io lo faccio con tutto il piacere".
Fonte: QUI



A1.n2.DELL'INVITO TRASCORSA E' GIA' L'ORA
Lo spettacolare primo atto de "La traviata" si apre nella casa parigina della protagonista, la gaudente cortigiana Violetta Valèry, che attende gli ospiti per un grande ricevimento mondano per festeggiare la sua guarigione dopo una breve indisposizione (da notare, dunque, che il tema della malattia di Violetta viene introdotto sin dall'inizio, persino in questo primo atto di gioia e di feste).
Fra gli invitati – che giungono con un leggero ritardo ("Dell'invito trascorsa è già l'ora") – c'è Flora Bervoix, la più cara amica di Violetta, con il suo amante, il Marchese d'Obigny; a loro si unisce Gastone, Visconte de Létorières, che ha condotto con sé un caro amico, il giovane Alfredo Germont. Gastone presenta Alfredo a Violetta, spiegandole che è un suo ammiratore segreto e che si è recato ogni giorno a chiedere notizie sul suo stato di salute: molto più di quanto non abbia fatto l'attuale "protettore" e amante ufficiale di Violetta, il Barone Douphol.
La ragazza scherza e mostra di apprezzare le attenzioni e la galanteria di Alfredo, che invece infastidiscono non poco lo scostante barone.



A1.n3.LIBIAMO NE' LIETI CALICI
Questi, invitato ad aprire i brindisi con un canto, rifiuta. Gastone chiede allora di farlo ad Alfredo, che inizialmente si mostra riluttante. Ma poi, supplicato anche da Violetta, intona un inno alle gioie del vino e del piacere: "Libiamo ne' lieti calici".
Durante il canto, c'è anche un rapido scambio di battute fra Alfredo e Violetta sulla supremazia dell'amore fra le delizie della vita. Da notare, poi, le parole di Violetta che richiamano il tema della fugacità, come al solito associato ai fiori: "Godiam, fugace e rapido / è il gaudio dell'amore; / è un fior che nasce e muore / né più si può goder".


ALFREDO
Libiamo, libiamo ne' lieti calici,
che la bellezza infiora;
e la fuggevol'ora
s'inebrii a voluttà.
Libiam ne' dolci fremiti
che suscita l'amore,
poiché quell'occhio al core
onnipotente va.
Libiamo, amore fra i calici
più caldi baci avrà.

TUTTI
Ah! Libiam, amor fra i calici
Più caldi baci avrà.

VIOLETTA
Tra voi saprò dividere
il tempo mio giocondo;
tutto è follia nel mondo
ciò che non è piacer.
Godiam, fugace e rapido
è il gaudio dell'amore;
è un fior che nasce e muore,
né più si può goder.
Godiam, c'invita un fervido
accento lusighier.

TUTTI
Ah! Godiamo, la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.

VIOLETTA
La vita è nel tripudio...

ALFREDO
Quando non s'ami ancora...

VIOLETTA
Nol dite a chi l'ignora...

ALFREDO
È il mio destin così...

TUTTI
Ah! Godiamo, la tazza e il cantico
la notte abbella e il riso,
in questo paradiso
ne scopra il nuovo dì.


A1.n4.CHE E' CIO'
Terminato il brindisi, la festa continua: da un altro salone si ode la musica delle danze.
Tutti si trasferiscono di là, tranne Violetta che, colta da improvvisa debolezza e sull'orlo di uno svenimento, preferisce fermarsi un attimo a riposare.
Mentre osserva allo specchio il proprio pallore, si rende conto che nella stanza è rimasto anche Alfredo, preoccupato, che la prega di avere maggior cura di sé: il suo stile di vita potrebbe costarle caro.



A1.n5.UN DI FELICE ETEREA
Il giovane coglie l'occasione per dichiararle il proprio amore.
Stupita, lei se ne prende gioco: come può amarla se la conosce appena? Ma Alfredo le spiega di essere ormai invaghito di lei già da un anno, da quando cioè l'ha vista per la prima volta ("Un dì felice, eterea").
Il tema musicale che accompagna le sue parole ("Di quell'amor ch'è palpito") ritornerà più volte nel resto dell'atto e in tutta l'opera.
Violetta, pur toccata dai suoi sentimenti, insiste nel voler rifiutare il suo amore ma non la sua amicizia, e lo invita a tornare da lei il giorno dopo (quando il fiore – ancora fiori! – che lei gli dona sarà appassito).


ALFREDO
Un dì felice, eterea,
mi balenaste innante,
e da quel dì, tremante,
vissi d'ignoto amor.
Di quell'amor ch'è palpito
dell'universo intero,
misterioso, altero,
croce e delizia al cor.

VIOLETTA
Ah, se ciò è ver, fuggitemi,
solo amistade io v'offro:
amar non so, né soffro
un così eroico amor.
Io sono franca, ingenua;
altra cercar dovete;
non arduo troverete
dimenticarmi allor.


A1.n6.EBBEN CHE DIAVOL FATE



A1.n7.SI RIDESTA IN CIEL L'AURORA
Alfredo se ne va felice, mentre gli altri ospiti fanno ritorno dal salone delle danze e si accomiatano cantando ("Si ridesta in sen l'aurora").



A1.n8.E' STRANO, E' STRANO! AH, FORSE E' LUI
Il primo atto si conclude con una lunga sequenza di cui è di scena soltanto Violetta (con l'eccezione di un breve momento in cui alla sua voce si intreccia quella di Alfredo, che si ode cantare dall'esterno).
La festa è finita, gli ospiti se ne sono andati, e la ragazza è rimasta sola nelle sue stanze a riflettere sulle parole del giovane appena conosciuto.



A1.n9&n10.FOLLIE! DELIRIO VANO E QUESTO!... SEMPRE LIBERA
Soltanto ora ("È strano! È strano!") si rende conto che la sua dichiarazione d'amore l'ha commossa più di quanto non le fosse sembrato inizialmente: per un attimo si domanda se non possa essere anche lei capace di donarsi in modo puro e disinteressato a un sol uomo, riconoscendo la superficialità della propria vita improntata al godimento.
Nell'aria "Ah, fors'è lui" rivela così il suo intimo desiderio di amare e di essere amata veramente, e la speranza che Alfredo sia colui che da tempo attendeva, il salvatore venuto a riportarle pace e serenità.
Ma subito cerca di scacciare queste idee ("Follie!") e si propone di rivolgere nuovamente il proprio pensiero alle feste, al piacere e alla vita mondana ("Sempre libera degg'io / folleggiar di gioia in gioia").
Per un attimo la voce di Alfredo, che canta da sotto il balcone il brano già intonato in precedenza ("Di quell'amor ch'è palpito..."), torna a turbarla: ma rapidamente manifesta nuovamente l'intenzione di rifiutare, almeno per ora, la sua offerta d'amore.


VIOLETTA
È strano! È strano!
In core scolpiti ho quegli accenti!
Sarìa per me sventura un serio amore?
Che risolvi, o turbata anima mia?
Null'uomo ancora t'accendeva,
o gioia ch'io non conobbi,
essere amata amando!
E sdegnarla poss'io
per l'aride follie del viver mio?

Ah, fors'è lui che l'anima
solinga ne' tumulti
godea sovente pingere
de' suoi colori occulti!
Lui che modesto e vigile
all'egre soglie ascese,
e nuova febbre accese,
destandomi all'amor!
A quell'amor ch'è palpito
dell'universo intero,
misterioso, altero,
croce e delizia al cor.

Follie! Follie!
Delirio vano è questo!
Povera donna, sola, abbandonata
in questo popoloso deserto
che appellano Parigi.
Che spero or più?
Che far degg'io?
Gioire!
Di voluttà nei vortici perir!
Gioir!

Sempre libera degg'io
folleggiar di gioia in gioia,
vo' che scorra il viver mio
pei sentieri del piacer.
Nasca il giorno, o il giorno muoia,
sempre lieta ne' ritrovi,
a diletti sempre nuovi
dee volare il mio pensier.

ALFREDO
(sotto al balcone)
Amor ch'è palpito...

VIOLETTA
Oh!

ALFREDO
...dell'universo intero...

VIOLETTA
Oh! Amore!

ALFREDO
...misterioso, altero,
croce e delizia al cor.

VIOLETTA
Follie!
Gioir!
Sempre libera degg'io...
(ecc.)
Fonte: QUI


Ultima modifica di admin_italiacanora il Sab Feb 04, 2012 6:26 pm, modificato 1 volta
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LA TRAVIATA - ATTO II

Messaggio  admin_italiacanora il Lun Set 19, 2011 11:25 pm

Atto II, quadro primo

A2.C1.n11.LUNGE DA LEI; DEI MIEI BOLLENTI SPIRITI
Il secondo atto, il più lungo dell'opera, è diviso in due quadri che si svolgono nello stesso giorno ma in luoghi diversi. Si tratta dell'atto centrale e – se vogliamo – più importante di questo melodramma, quello che mette in scena il sacrificio d'amore di Violetta (il primo atto serviva a presentare i personaggi, il terzo ad accomiatarcene: ma la vera azione drammatica è tutta qui).
Sono passati alcuni mesi (almeno "tre lune") dalla scena precedente, e scopriamo subito che alla fine Violetta ha ceduto alle profferte d'amore di Alfredo e ha abbandonato la vita da cortigiana. I due amanti si sono trasferiti nella casa di campagna della ragazza, lontani dalle tentazioni della vita mondana di Parigi. Nella celebre aria "De' miei bollenti spiriti", in un tripudio di felicità, Alfredo (che sta tornando da una battuta di caccia) rende esplicita tutta la sua idealizzazione dell'amore che Violetta gli ha donato: le ardite metafore si sprecano ("Dell'universo immemore io vivo quasi in ciel"), e anche per questo, poi, ripiombare sulla Terra sarà ancora più doloroso.


ALFREDO
Lunge da lei per me non v'ha diletto!
Volaron gia' tre lune
dacchè la mia Violetta
agi per me lasciò, dovizie, onori,
e le pompose feste
ove, agli omaggi avvezza,
vedea schiavo ciascun di sua bellezza.
Ed or contenta in questi ameni luoghi
tutto scorda per me.
Qui presso a lei io rinascer mi sento,
e dal soffio d'amor rigenerato
scordo ne' gaudii suoi tutto il passato.

De' miei bollenti spiriti
il giovanile ardore
ella temprò col placido
sorriso dell'amore!
Dal dì che disse: vivere
io voglio a te fedel,
dell'universo immemore
io vivo quasi in ciel.


A2.C1.n12.OH, MIO RIMORSO!
Alfredo ha appena finito di magnificare l'amore di Violetta quando rientra in casa Annina, la domestica della ragazza nonché governante tuttofare: da lei, affannata perché di ritorno da Parigi, apprende che Violetta sta vendendo le sue proprietà (compresi i cavalli e i cocchi) per procurarsi il denaro necessario a vivere in campagna , ora che non è più "foraggiata" dai suoi amanti (come il Barone). Dai cieli più alti Alfredo ripiomba così sulla Terra, rendendosi conto delle necessità concrete e quotidiane che i suoi trasporti amorori e i suoi voli pindarici gli avevano fatto del tutto dimenticare (a differenza di Violetta, che è sì innamorata ma non ha così la testa fra le nuvole). Sentendosi ferito nell'orgoglio nello scoprire che ora è lui il mantenuto, Alfredo precipita nello sconforto: afferma che d'ora in avanti penserà lui alle questioni economiche, chiede ad Annina di quanto denaro c'è bisogno ("Mille Luigi", è la risposta) e congeda la domestica spiegandole che sarà lui stesso ad andare a Parigi per sistemare i debiti. La cabaletta (tipica aria in due parti, con una struttura ripetuta e in tempo assai rapido) con cui dice a sé stesso che "laverà quest'onta" è agitata e furibonda, finanche esagerata: sembra quasi che debba vendicare una questione di sangue. Ma in Alfredo, come abbiamo visto (e come vedremo poi), tutto è sopra le righe e senza freni: l'amore, la vergogna, l'orgoglio.


ALFREDO
O mio rimorso! O infamia!
Io vissi in tale errore!
Ma il turpe sogno a frangere
il ver mi balenò.
Per poco in seno acquetati,
o grido dell'onore;
m'avrai securo vindice;
quest'onta laverò.
O mio rossor! O infamia!
Ah sì, quest'onta laverò.


A2.C1.n13.ALFREDO, PER PARIGI OR PARTIVA
Alfredo ha appena finito di magnificare l'amore di Violetta quando rientra in casa Annina, la domestica della ragazza nonché governante tuttofare: da lei, affannata perché di ritorno da Parigi, apprende che Violetta sta vendendo le sue proprietà (compresi i cavalli e i cocchi) per procurarsi il denaro necessario a vivere in campagna , ora che non è più "foraggiata" dai suoi amanti (come il Barone). Dai cieli più alti Alfredo ripiomba così sulla Terra, rendendosi conto delle necessità concrete e quotidiane che i suoi trasporti amorori e i suoi voli pindarici gli avevano fatto del tutto dimenticare (a differenza di Violetta, che è sì innamorata ma non ha così la testa fra le nuvole). Sentendosi ferito nell'orgoglio nello scoprire che ora è lui il mantenuto, Alfredo precipita nello sconforto: afferma che d'ora in avanti penserà lui alle questioni economiche, chiede ad Annina di quanto denaro c'è bisogno ("Mille Luigi", è la risposta) e congeda la domestica spiegandole che sarà lui stesso ad andare a Parigi per sistemare i debiti.
La cabaletta (tipica aria in due parti, con una struttura ripetuta e in tempo assai rapido) con cui dice a sé stesso che "laverà quest'onta" è agitata e furibonda, finanche esagerata: sembra quasi che debba vendicare una questione di sangue. Ma in Alfredo, come abbiamo visto (e come vedremo poi), tutto è sopra le righe e senza freni: l'amore, la vergogna, l'orgoglio.


ALFREDO
O mio rimorso! O infamia!
Io vissi in tale errore!
Ma il turpe sogno a frangere
il ver mi balenò.
Per poco in seno acquetati,
o grido dell'onore;
m'avrai securo vindice;
quest'onta laverò.
O mio rossor! O infamia!
Ah sì, quest'onta laverò.


A2.C1.n14.PURA SICCOME UN ANGELO
Nessun racconto, e tanto meno un melodramma, può dirsi completo se sulla strada dei protagonisti non insorgono avversari e difficoltà. Finora l'amore di Violetta e Alfredo sembra aver superato ogni ostacolo (le tentazioni della vita mondana, la gelosia del barone Douphol) con grande facilità, ma ecco che sulla scena irrompe il vero avversario della coppia: non un rivale in amore ma il padre di Alfredo, Giorgio Germont, rappresentante della società borghese e portatore dei valori morali e familiari dell'epoca. Anche se il personaggio esce dalla penna di Alexandre Dumas, è lecito pensare che Verdi vedesse in lui l'ombra di Antonio Barezzi, suo mecenate ma sopratutto suo ex suocero (era il padre della sua prima e defunta moglie, Margherita), che non vedeva per nulla di buon occhio la nuova relazione del compositore con Giuseppina Strepponi e non perdeva occasione per esternare in pubblico la propria riprovazione per la loro convivenza.

Ma torniamo al dramma. Partito Alfredo al termine dell'aria precedente, Violetta torna in casa e dice alla governante Annina che attende una visita: si tratta di un uomo d'affari con il quale dovrebbe concludere la vendita delle sue proprietà. Al suo posto, non invitato, arriva invece Germont, padre di Alfredo, il terzo personaggio principale dell'opera. L'uomo si scaglia subito e con veemenza contro Violetta, accusandola di portare alla rovina il figlio: ma cambia atteggiamento quando si rende conto di non trovarsi di fronte a una profittatrice avida e dissoluta, come pensava e come la reputazione della ragazza lasciava intendere, bensì a una donna orgogliosa e innamorata che nutre per Alfredo sentimenti autentici e che per lui ha deciso di cambiare vita. Violetta gli mostra anche l'atto che sta stipulando per la vendita dei propri beni, convincendolo di non voler affatto farsi mantenere dalla sua famiglia.

Tutto risolto? Neanche per sogno. Germont spiega a Violetta che deve comunque chiederle il grande sacrificio di farsi da parte e di abbandonare il figlio. Alfredo, le rivela, ha infatti una sorella che dovrebbe contrarre matrimonio a breve: e il fatto che lui conviva con una mantenuta getta discredito su tutta la famiglia, macchiandone il buon nome e impedendo di fatto le nozze. Il presente di Violetta sarà dunque anche redento, come lo stesso Germont riconosce, ma il suo passato continua a condannarla agli occhi dei "benpensanti". Nella bellissima aria "Pura siccome un angelo", e nel duetto che ne segue, il vecchio supplica dunque Violetta di rinunciare ad Alfredo. Inizialmente la ragazza accetta di tirarsi indietro, pensando che possa bastare una separazione momentanea; ma quando l'uomo le spiega che l'addio fra lei e Alfredo dovrà essere definitivo, la donna si dispera e cerca di opporsi, illustrandogli la forza della sua passione e mettendolo anche al corrente della sua malattia ("Non sapete quale affetto / vivo, immenso m'arda in petto?"). Ma Germont, giocando tutte le sue carte – l'appello ai buoni sentimenti ("Siate di mia famiglia / l'angiol consolatore!"), un pragmatico realismo ("Un dì, quando le veneri"), e naturalmente molta retorica ("È Dio che ispira, o giovine, / tai detti a un genitor") – la convince a rinunciare a una felicità effimera per un bene più grande.

La parte di Germont (scritta per baritono) offre al suo interprete la possibilità di cimentarsi con brani molto belli, dai toni pacati e nobili e dalle melodie dolci e cantabili: oltre a questa aria, la più celebre sarà "Di Provenza il mar, il suol", nel prosieguo del secondo atto.


GERMONT
Pura siccome un angelo
Iddio mi diè una figlia;
se Alfredo nega riedere
in seno alla famiglia,
l'amato e amante giovane,
cui sposa andar dovea,
or si ricusa al vincolo
che lieti ne rendea.
Deh, non mutate in triboli
le rose dell'amor!
Ai preghi miei resistere
non voglia il vostro cor.

VIOLETTA
Ah, comprendo,
dovrò per alcun tempo
da Alfredo allontanarmi...
Doloroso fora per me... Pur...

GERMONT
Non è ciò che chiedo.

VIOLETTA
Cielo! Che più cercate?
Offersi assai!

GERMONT
Pur non basta.

VIOLETTA
Volete che per sempre a lui rinunzi?

GERMONT
È d'uopo!

VIOLETTA
Ah no! Giammai!


A2.C1.n15.NON SAPETE QUALE AFFETTO


VIOLETTA
Non sapete quale affetto
vivo, immenso m'arda in petto?
Che né amici, né parenti
io non conto tra i viventi?
E che Alfredo m'ha giurato
che in lui tutto io troverò?
Non sapete che colpita
d'altro morbo è la mia vita?
Che già presso il fin ne vedo?
Ch'io mi separi da Alfredo?
Ah, il supplizio è sì spietato,
che morir preferirò!

GERMONT
È grave il sacrifizio,
ma pur tranquilla uditemi.
Bella voi siete e giovane.
Col tempo...

VIOLETTA
Ah, più non dite...
V'intendo.
M'è impossibile...
Lui solo amar vogl'io!

GERMONT
Sia pure, ma volubile
sovente è l'uom.

VIOLETTA
Gran Dio!

GERMONT
Un dì, quando le veneri
il tempo avrà fugate,
fia presto il tedio a sorgere.
Che sarà allor? Pensate,
per voi non avran balsamo
i più soavi affetti,
poiché dal ciel non furono
tai nodi benedetti.

VIOLETTA
È vero!

GERMONT
Ah, dunque sperdasi
tal sogno seduttore.
Siate di mia famiglia
l'angiol consolatore!
Violetta, deh, pensateci,
ne siete in tempo ancor.
È Dio che ispira, o giovine,
tai detti a un genitor.

VIOLETTA
(con estremo dolore)
Così alla misera,
ch'è un dì caduta,
di più risorgere
speranza è muta!
Se pur beneficio
le indulga Iddio,
l'uomo implacabile
per lei sarà.


A2.C1.n16.AH, DITE ALLA GIOVINE
Violetta ha dunque accettato di farsi da parte per il bene della famiglia di Alfredo, come richiestole da Giorgio Germont, rinunciando alla propria felicità e riscattando così il proprio passato "indegno" in favore di un'altra fanciulla, "pura come un angelo" (personaggio che peraltro nell'opera non comparirà e di cui non sapremo nemmeno il nome). E tutto questo avverrà alla completa insaputa di Alfredo. Nell'aria "Dite alla giovine", flebile e dolcissima, spiega al padre del suo amato che questa rinuncia la porterà alla morte: Germont, pur consapevole di averle chiesto un grande sacrificio, la esorta invece – non senza ipocrisia – a continuare a vivere e le assicura che il cielo la ricompenserà: addirittura la abbraccia come una figlia (com'è cambiato il suo atteggiamento rispetto a quello che aveva quando era entrato in casa!). Prima di andarsene, l'uomo le suggerisce di dire semplicemente ad Alfredo che non lo ama più, ma Violetta sa bene che questo non sarebbe sufficiente. La soluzione è diversa: accetterà l'invito dell'amica Flora di tornare a Parigi per una nuova festa, fingendo di ricadere nelle tentazioni della vita mondana e dissoluta che aveva abbandonato. Ma non rivela questa sua decisione a Germont, pregandolo soltanto di rivelare la verità ad Alfredo quando tutto sarà finito, in modo che sappia, anche se in ritardo, che lei lo ha davvero amato ("Morrò! La mia memoria / non fia ch'ei maledica").


VIOLETTA
Ah!
Dite alla giovine
sì bella e pura
ch'avvi una vittima
della sventura,
cui resta un unico
raggio di bene
che a lei il sacrifica
e che morrà!

GERMONT
Piangi, o misera!
Supremo, il veggo,
è il sacrifizio
ch'ora ti chieggo.
Sento nell'anima
già le tue pene;
coraggio e il nobile
cor vincerà.


A2.C1.n17.MORRO' MORRO'!


VIOLETTA
Morrò! La mia memoria
non fia ch'ei maledica,
se le mie pene orribili
vi sia chi almen gli dica.

GERMONT
No, generosa, vivere,
e lieta voi dovrete,
mercè di queste lagrime
dal cielo un giorno avrete.

VIOLETTA
Conosca il sacrifizio
ch'io consumai d'amor,
che sarà suo fin l'ultimo
sospiro del mio cor.

GERMONT
Premiato il sacrifizio
sarà del vostro amor;
d'un opra così nobile
sarete fiera allor.


A2.C1.n18.DAMMI TU FORZA, O CIELO!
È difficile dire quale sia il brano più celebre de "La traviata", un'opera che di melodie indimenticabili ne offre a bizzeffe. Il brindisi "Libiamo ne' lieti calici"? La cabaletta "Sempre libera degg'io"? Le arie di Alfredo "Un dì felice, eterea" e "De' miei bollenti spiriti"? La romanza "Di Provenza il mar, il suol"? Il duetto "Parigi, o cara"? Lo struggente "Addio del passato?" La scelta, come si vede, è ampia. Ma c'è una frase musicale che, seppur brevissima, rappresenta uno dei passaggi più commoventi e caratteristici di quest'opera, al punto da essere anticipata sin dall'inizio, nel preludio: è "Amami, Alfredo", che Violetta intona al momento in cui dice addio al suo amato (all'insaputa di lui), nel bel mezzo del secondo atto. Sia le parole sia la melodia sono state utilizzate innumerevoli volte dal mondo del cinema (da "Il gattopardo" di Luchino Visconti a "E la nave va" di Federico Fellini), della televisione e della canzone. Un esempio per tutti: il finale di "Pretty Woman" (film che in fondo può essere considerato una "Traviata" a lieto fine) con Richard Gere e Julia Roberts.
Ma torniamo alla trama. Lasciata da Giorgio Germont, Violetta si accinge a scrivere due missive: della prima non ci viene rivelato il destinatario (è probabilmente per il barone Douphol, al quale chiede di accompagnarla quella sera alla festa da Flora). La seconda – una lettera d'addio – è per Alfredo, cui vuol far credere di essere stata nuovamente irretita dalla passione per la bella vita e per gli amanti parigini. Ma non appena ha terminato di scriverla, è sorpresa dal ritorno di Alfredo, al quale dissimula le sue intenzioni. Prima di fuggire nel giardino e da lì, con il calesse, a Parigi, lancia un disperato e lancinante grido d'amore e gli dà l'addio per l'ultima volta.


VIOLETTA
Dammi tu forza, o cielo!
(siede, scrive, poi suona il campanello)

ANNINA
Mi richiedeste?

VIOLETTA
Sì, reca tu stessa
questo foglio...

ANNINA
(ne guarda il destinatario e se ne mostra sorpresa)
Oh!

VIOLETTA
Silenzio! Va' all'istante.
(Annina parte)
Ed ora si scriva a lui.
Che gli dirò?
Chi men darà il coraggio?
(scrive e poi suggella)

ALFREDO
(entrando)
Che fai?

VIOLETTA
(nascondendo la lettera)
Nulla.

ALFREDO
Scrivevi?

VIOLETTA
(confusa)
Sì... No...

ALFREDO
Qual turbamento!
A chi scrivevi?

VIOLETTA
A te.

ALFREDO
Dammi quel foglio.

VIOLETTA
No, per ora.

ALFREDO
Mi perdona,
son io preoccupato.

VIOLETTA
(alzandosi)
Che fu?

ALFREDO
Giunse mio padre...

VIOLETTA
Lo vedesti?

ALFREDO
Ah, no; severo scritto mi lasciava.
Però l'attendo.
T'amerà in vederti.

VIOLETTA
(molto agitata)
Ch'ei qui non mi sorprenda...
Lascia che m'allontani... Tu lo calma...
(mal frenando il pianto)
Ai piedi suoi mi getterò, divisi
ei più non ne vorrà.
Sarem felici.
Perché tu m'ami, Alfredo, non è vero?

ALFREDO
Oh, quanto! Perché piangi?

VIOLETTA
Di lagrime avea d'uopo.
Or son tranquilla.
(sforzandosi)
Lo vedi? Ti sorrido... lo vedi?
Or son tranquilla. Ti sorrido.
Sarò là, tra quei fior,
presso a te sempre.
Amami, Alfredo,
amami quant'io t'amo!
Addio!


A2.C1.n19.AH, VIVE SOL QUEL CORE ALL'AMOR MIO!!



A2.C1.n20.DI PROVENZA IL MAR, IL SUOL
Ancora turbato dalle strane parole che Violetta gli ha rivolto prima di uscire di casa, Alfredo viene a sapere da un domestico che la ragazza è partita con il calesse per Parigi in compagnia di Annina. Inizialmente non se ne cura, pensando che sia andata a concludere la vendita delle sue proprietà, ed è tranquillo perché sa che la governante glielo impedirà. Ma poi arriva un uomo (un "commissario", ossia colui che fa una commissione) a consegnargli un biglietto da parte di Violetta: si tratta della lettera che la ragazza gli aveva scritto, nella quale gli dice addio e gli confessa che torna a Parigi, nelle braccia – immaginiamo – del barone Douphol, il suo precedente protettore. Alfredo lancia un grido, e proprio in quel momento si ritrova fra le braccia del padre, che non si era affatto allontanato dalla villa.

In una delle più celebri arie per baritono del repertorio verdiano, Germont supplica il figlio di dimenticare Violetta (naturalmente senza rivelargli nulla del suo precedente colloquio con la ragazza) e gli chiede di tornare con lui nella sua regione d'origine: per riuscirci, fa ricorso a tutte le armi che la retorica gli mette a disposizione, appellandosi a Dio ("Dio mi guidò"), alla patria (il "natio fulgente suol") e alla famiglia ("Il tuo vecchio genitor / tu non sai quanto soffrì"). Ma Alfredo non si lascia commuovere, anzi quasi non gli presta attenzione, disperandosi e rimuginando fra sé e sé propositi di vendetta. Respinge l'abbraccio del padre (che tenta nuovamente di convincerlo a venire con lui, assicurandogli che non gliene vuole per il suo comportamento "dissoluto", che tanti guai sta causando alla famiglia: "No, non udrai rimproveri") e decide impulsivamente di correre a Parigi, alla festa di Flora, dove è convinto di ritrovare Violetta. E qui, con un finale che non promette nulla di buono, termina la prima parte del secondo atto.


GERMONT
Di Provenza il mar, il suol
chi dal cor ti cancellò?
Al natio fulgente sol
qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol
ch'ivi gioia a te brillò;
e che pace colà sol
su te splendere ancor può.
Dio mi guidò!
Ah! il tuo vecchio genitor
tu non sai quanto soffrì.
Te lontano, di squallor
il suo tetto si coprì.
Ma se alfin ti trovo ancor,
se in me speme non fallì,
se la voce dell'onor
in te appien non ammutì,
Dio m'esaudì!


A2.C1.n20.DI PROVENZA IL MAR, IL SUOL


GERMONT
Di Provenza il mar, il suol
chi dal cor ti cancellò?
Al natio fulgente sol
qual destino ti furò?
Oh, rammenta pur nel duol
ch'ivi gioia a te brillò;
e che pace colà sol
su te splendere ancor può.
Dio mi guidò!
Ah! il tuo vecchio genitor
tu non sai quanto soffrì.
Te lontano, di squallor
il suo tetto si coprì.
Ma se alfin ti trovo ancor,
se in me speme non fallì,
se la voce dell'onor
in te appien non ammutì,
Dio m'esaudì!
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