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STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

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STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Mag 24, 2011 2:54 pm

CRONOLOGIA

  • 1730 - A Napoli si sviluppa l'Opera buffa
  • 1748 - Pace di Aquisgrana al termine della guerra per la successione austriaca. In Italia comincia un cinquantennio di relativa tranquillità
  • 1751 - Si pubblicano i primi volumi dell'enciclopedia di Diderot
  • 1754 - Giuseppe Tartini pubblica il "Trattato di musica secondo la vera scienza dell'armonia"
  • 1760 – Va in scena a Roma la Cecchina di Niccolò Piccinni
  • 1770 – Un anonimo compone la Tarantella "Lo Guarracino"
  • 1771 - Spettacoli ai Café de musicos di Parigi
  • 1773 - Esecuzione della “Serva Padrona” di Giovanni Battista Pergolesi
  • 1776 - Anno di fondazione degli Illuminati di Baviera
  • 1782 - I Dolori del Giovane Werther di Goethe sono pubblicati in traduzione italiana a Poschiavo (in Svizzera) nella tipografia del barone De Bassus
  • 1789 - Scoppia la Rivoluzione francese

1754 - La più famosa "pastorella" italiana " Tu scendi dalla stelle" nacque duecentoquarantacinque anni fa. Sant'Alfonso Maria de' Liguori ( 1697-1787 ) la scrisse nel 1754 a Nola, dov'era stato chiamato a predicare la novena di Natale. Il santo era ospite dei signori Zambarelli i quali, secondo l'usanza meridionale, avevano allestito un presepe nel salotto della loro abitazione. Per le viuzze profumate di aranci crepitavano ad intervalli i " botti" fra le grida spensierate dei ragazzi, di fronte il Vesuvio fumante e coperto leggermente di neve; In quella scenografia, gli fluirono alcune strofe composte alternando endecasillabi, ottonari e quarti rimati.
Così Sant'Alfonso espresse i più spontanei sentimenti dell'animo popolare sul Natale.

Oltre alle parole egli improvvisò anche la melodia che, in quel momento fissò su un pezzetto di carta e poi, provò ad eseguire al clavicordo. Nessuno avrebbe mai immaginato un così spiccato senso poetico nel cinquantottenne predicatore abituato ad una vita ascetica e così austera, da buon napoletano però era " tutto cuore" e pensava che .." non le cognizioni ma gli affetti sono quelli che propriamente uniscono a Dio". La sera, salito sul pulpito intonò la sua canzoncina fra lo stupore dei fedeli che usciti di chiesa, avendo afferrato al volo il motivo, lo incominciarono a fischiettare per le vie della città. L'anno dopo la pastorella fu data alle stampe a Napoli, ritoccata definitivamente nel 1769 ed inserita nella raccolta Canzoncine spirituali . Da allora sino ad oggi, credenti e non credenti, alle note di Tu scendi dalle stelle dicono....
E' Natale
 
Fonte: [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]
 
 
1792 - Il Poeta Carpigiano Giovanni Fossi Vicini scrisse una graziosa Canzone Per l' egregia Maria Asipli di Correggio che con singolarissimo plauso sostiene la parte di Li via nell' Italiana in Londra, Dramma giocoso per musica, eseguito nel Teatro dell' IIlustrissimo Pubblico di sua Patria pel Carnevale dell' anno 1792. La Canzone incomincia:

nella scienza musicale; e fu dal Corelli, dal Tartini (i) che apprese la scienza dell' armonia; dal Musico pratico del Buononcini (a) l'arte del contrappunto; e dal Pergolese attinse quel gusto dilicato e corretto che regnò eminentemente nelle sue opere.

Nell' età di anni sei compose una Messa in Re concertata con istrumenti a piena orchestra, la quale venne eseguita in S. Quirino sotto la di lui direzione, e destò la meraviglia degl' intelligenti che la ritennero un vero prodigio dell' arte (3). Così, secondo un dotto scrittore, se furono degne di commemorazione le prime picchiate di Timpani d' un Haydn, i primi disegni di Raffaele, le prime suonatine di Hendl, quanto più a ragione non dovea gloriarsi Correggio di un frutto tanto precoce, frutto che già preconizzava la futura grandezza d'Asioli!

Livio, I' onor non celebro
Del tuo gentil sembiante:
Cetra di Vate amante
Suoni di tua beltà.

Per me le grazie cedano
Di giovanii tua salma
Alla virtù dell' alma
Che non risente età ec.


(i) Tartini illustre teoretico fece gran passi nell'estetica dell'arte: la sua musica /strumentale parlava, e cantava. A lui devesi, dopo il Gorelli, il perfezionamento del Violino ( Hardine Carpani p. 5o8 ).

(a) L' arte del contrappunto del Buononcini Maestro di Cappella di S. A. Francesco II. d'Este è assai pregiata dogI' intelligenti, e uscì I ' anno 1678 pel Monti ( Tirab. Bibl. Mod. Tom. VI. C. 171 ). Anche doll' arte del contrappunto del P. Martini apprese molto I' Asioli, e /' ebbe sempre in gran pregio.

(3) Questo raro lavoro conservasi nell' Archivio di Musica sotto la cuttodia del Signor Don Coli per ordine del Podestà di Carreggio.
 
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Ultima modifica di admin_italiacanora il Gio Mar 19, 2015 11:16 am, modificato 7 volte
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Re: STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Mag 24, 2011 7:29 pm

1793 - PUGIONI ( Maurizio ), letterato ed oratore di buon nome, vissuto nel XVIII e nei primi anni di questo presenle secolo.
Nacque in Alghero ael 25 settembre 1751 da Giuseppe Pugioni e Giuseppa Urgias, cittadini di oscura condizione , ma di molta probità, i quali ebbero cura di allevarlo civilmente.
Dacché compì gli sludi gramaticali « di umane lettere , si ascrisse all'ordine di S. Ignazio di Loiola, nel quale, dopo le prove del noviziato, apprese la filosofia e la teologia. In quest'ultima scienza fece progressi non To!gari; perciocché, oltre l'ingegno molto svegliato che aveva sortito nascendo; ebbe agli sludi amore ed applicazione grandissima, e tanto andò innanzi dell'apprendere con l'intelletto, quanto fu sollecito a bramare il sapere colla volontà.
Dello per alcun lempo la teologia morale nella regia università di Sassari, ed acquislossi lode di cattedrante assai distinto; ma poi, chiamalo da' suoi superiori al ministero dtlk predicazione, abbandonò gui altri studio, ed a quello applicossi inu'erunionle.La sua inclinazione si uwo in lai rispetto in perfetla armonia coi doveri del nuovo incarico addossatogli; e le occasioni ancora lo favorirono egregiamente, perciocché nella via che dovea percorrere gli toccò per guida il P. Giambattista Vassallo , celebre missionario gesuita di quei tempi, il quale, dopo aver esercitato in Sardegna per cinquant'anni il suo glorioso apostolato, morì pieno dì meriti in Cagliari nel \.° gennaio 1775.
Sotto un maestro così abile alla conversione delle anime traviate, il Pugioni fece progressi molto grandi; sicché ancor egli levò fama di missionario eccellente , e raccolse frutti bellissimi delle sue apostoliche fatiche.
Abolita la compagnia di Gesù, ritirassi alla sua terra natale, e nella medesima consumò il rimanente de' suoi giorni, predicando continuamente; gli esercizi spirituali e le missioni da lui date annualmente a' suoi concittadini gli meritarono il titolo di apostolo della sua patria.
Egli se ne rendette degno coll'unzione e coll'efficacia della sua voce , colla robusta eloquenza di cui, oltre l'arte, era ricco naturalmente, e cogli aggraziati modi del suo dire.
Rimase soprattutto in rinomanza il Quaresimale da lui detto nel 1793 nella chiesa cattedrale di Alghero; e si ricordano ancora con encomio le inl'miir orazioni panegiriche che recitò in varii luoghi dell'isola.
A questi meriti oratorii accoppiò i talenti poetici; e si hanno di lui alcuni componimenti non ispregevoli, tra i quali citeremo L,a vita di S. Luigi Gonzaga in rima italiana, una canzone spagnuola assai bernesca intitolata El barbìero, ed un endecasillabo latino indirilto all'abate Francesco Carboni per l'arrivo a Sardegna del re Carlo Emmanuclc IV, che rimangono ancora nell'oscurità del ms. Molte poi ed eminenti furono le sue virtù; zelo per la religione, modestia, santità di costumi, ed innocente piacevolezza nei famigliar! discorsi.
Le quali cose tutte lo rendettero così accetto all'universale, che il consiglio municipale della sua patria Io raccomandò nel 1797 alla corte di Torino, acciò lo destinasse vescovo della vacante sede di Alghero (1).
Ma le supplicazioni de'suoi concittadini rimasero vuote d'effetto; ed egli, ignaro dell'onoranza che gli si volea procurare, terminò nella tranquilla e privata sorte del sacerdozio la sua carriera mortale , mancando ai viventi in detta città di Alghero nel 9 febbraio 1803.
Ci rimangono di lui alcune scritture edite ed inedite. Le prime sono 1.° Memorie storiche della spedizione della gran Jlotta francese contro l'isola di Sardegna, dell'invasione della città principale e delle isole intermedie , divisa in due partì. Bologna , per le stampe di S. Tommaso da Equino 1793 (un voi. in-4°). Le anzidetto memorie , sebbene non portino in fronte il nome dell'autore loro, furono però scritte dal Pugioni, il quale volle rimanersi anonimo ; e per meglio nascondersi le diede alla luce in Bologna.
2.° Orazione funebre per Vittorio Amedeo IH re di Sardegna. Cagliari 1797 (un voi. in-4°). Le inedite sono:
1.° La Quaresima predicata nella cattedrale di Righerò nel 1793.
2.° Orazione funebre per le solenni esequie di S. M. la regina Maria sintonia Ferdinanda.
3.° Altra per la venerabile Maria Adelaide Clotilde regina.i

(i) La suddetta commendatizia fatta dal consiglio civico di Algbero è attestata dalle risposte iudiritte dal marchese Della-Valle e dall' impiegato Cappa sotto il ai giugno 1797 al capo giurato di detta città. Noi le ebbimo entrambe -i--.il' occhio per copia autentica.
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Re: STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

Messaggio  admin_italiacanora il Gio Mag 26, 2011 1:55 pm

Cronologia


  • 1816 - dopo il Congresso di Vienna comincia in Italia il periodo del Risorgimento e dell'Unità
  • 1822 - Donizetti soggiorna a Napoli e scrive numerose Canzoni
  • 1823 - Va in scena a Venezia la Semiramide di Gioachino Rossini
  • 1839 - A Napoli Donizetti (?) scrive la Canzone "Te voglio bene assaje"
  • 1848 - Moti rivoluzionari e guerra di Indipendenza
  • 1857 - Nasce a Napoli Ruggero Leoncavallo, autore di celebri Romanze

1810 - DELLA VITA E DELLE OPERE DEL COMI FELICE ROMANI, POETA LIRICO
Felice Romani imitò dall'inglese di Prior il canto dell'amar alla prova, di cui taccio solo per affettarmi al divino carme della Carità, in cui la filosofia cattolica di S. Tommaso, stipata dall' Alighieri in tre sole terzine, è perfettamente intrecciata con alcuni eroici episodi e ritratti storici che della cristiana carità formano una sublime epopea. Sublime epopea che il nostro poeta dedica e ispira alle profuse beneficenze e alla pittrice di pensier celesti, la marchesa Ottavia Masino di Mombello, e che chiude coll'elogio di un' altra gloria ligure il Padre Ottavio Assarotti, degno soggetto e conclusione di tanto carme e di tanto poeta.

Termina il 2° volume con un carme e una cantata destinati a celebrare, il primo in Torino, la 2' in Genova, le principesche nozze di Vittorio Emanuele II con Maria Adelaide.

Sarebbero ora da ricordare alcuni sciolti di gioventù, poco per fermo sostenuti e robusti, tra i quali basterà citare La sacerdotessa d'Jside, novella egiziana, stampata sul Furetto del 21 Gennaio 1841, l'incominciato poema che ha nome: Cielo e terra, scritto in terzine piuttosto fiac'che; infine il Cristoforo Colombo, prediletto argomento che, non pago dell' aureo libretto già notato, volle Romani trattare anche da epico ma che, rimasto imperfetto col procedente, lascia intatta per questo lato la gloria che, pei due componimenti di simil titolo si meritò nel Parnaso italiano il chiaro avvocato e poeta Lorenzo Costa.

Oltre quelle che abbiamo accennate, molte sono Je liriche di Romani che vennero stampate a parte nelle Gazzette; più assai quelle che rimasero inedite e sparpagliate nelle mani de' suoi amici. Tra le prime contiamo un Idilio alla Costanza in occasione delle nozze delle nobili sorelle Artemisia e Luisa Negrone coi Marchesi Antonio Brignole-Sale e Gian Luca Durazzo. Parimente per nozze è il poemetto in tre canti di ottava rima intitolato: 11 tempio del pudore, alcune canzoni e un' Anacreontica, un Epitalamio e due Odi pel maritaggio di alcuni suoi conoscenti. Una canzone per le nozze di Napoleone I con Maria Luigia, letta nell'Accademia italiana che si radunava nel palazzo Brignole, e riportata dalla Gazzetta di Genova dèi 18 Aprile 1810.

Un'altra per il solenne battesimo del re di Roma distribuita il giorno della funzione dell'Accademia imperiale (Università) fatta in nome degli studenti e stampata nella Gazzetta del 12 Giugno 1811.

Questa poesia valse all'autore il dono di una magnifica tabacchiera in oro colla cifra « la corona imperiale in brillanti.

Un bell'Inno all'Armonia in lode di Mayr, pubblicato e distribuito la sera del sabato 27 Febbraio 1813, in cui fu tanto festeggiato. Un'Ode saffica per la partenza della ligure cavalleria d'onore, stampata nella Gazzetta del 14 Agosto 1813 e detta « piena d'imagini forti e adattate al soggetto e scritta » « con quel puro linguaggio poetico che è dono di pochi e che » « farà conoscere a qual grado di perfezione sia pervenuto » « questo giovine poeta che, con nostro rincrescimento, tenta » « rapirci l'Insubria. »

Altra Ode al simulacro di Torquato Tasso, riportata dalla Gazzetta del 3 settembre 1814, con questa nota « Questa «bellissima ode ostata scritta in Bergamo dal nostro concit. Felice Romani, la prima volta che di notte gli avvenne di contemplare l'effigie animatrice del gran Torquato. »

Altra Ode alia. Speranza, pubblicata il 1 Marzo 1818, e altra il 3 Maggio intitolata alla rosa.

Alcune stanze in ottava rima in cui il poeta celebrava la splendida festa dedicata dal sig. duca Pompeo Litta al conte suo zio, Vice-Ammiraglio al servizio dell'imperatore, stampati il 22 Maggio 1830, con questo elogio « La rara spontaneità con

• cui sono sempre dettati i versi di Romani, si ammira in «queste ottave congiunta a un'arte ingegnosa per cui viene «ornato il soggetto con i più scelti fiori della mitologia e
• avvivato dalla delicatezza dei sentimenti e dell'affetto.

In due almanacchi stampava il grazioso poemetto anacreontico, Gli amanti colombi, le canzoni d'un Bardo e i Sospiri, canzonette scritte sotto il finto nome di Simonide.
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1818 - Se " Tu scendi dalle stelle " è la più famosa "pastorella italiana, nessuna canzone natalizia è diffusa in tutto il mondo quanto "Stille Nacht". Il testo della canzone, composta da Franz Xaver Gruber, è del vicario Joseph Mohr di Oberndorf nel Salisburghese, che la fece eseguire per la prima volta nel 1818 nella sua chiesa, accompagnata dalla chitarra perché l'organo era rotto. Il costruttore d'organo Mauracher di Fügen nello Zillertal, chiamato ad aggiustare l'organo l'anno successivo, apprezzò la canzone, la copiò e la offrì alla nota famiglia di cantori Rainer. I Rainer la cantarono davanti all'imperatore d'Austria e allo zar di Russia, e nel 1839 la cantarono in America raccogliendo un vero trionfo.
Anche i fratelli Strasser, sempre dello Zillertal, cantarono (soprattutto in Germania. tradotta in Italiano) "Astro del ciel".
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1818 - La poetica di Leopardi: Quando, nel 1818, scrive il Discorso di un italiano intorno alla poesia romantica , Leopardi è animato da forte spirito patriottico (contemporanea è la Canzone all’Italia): intende difendere la tradizione culturale italiana, contro l’esaltazione modernista (di moda) di un manipolo di esaltati, che, a suo avviso, si limiterebbero a proporre l’imitazione degli stranieri.
C’è, alla base, una cattiva informazione, perché i migliori fra i romantici partivano, come lui, da un desiderio di rinnovamento morale e civile, e di "autenticità" del poeta; ed è la stessa autenticità che Leopardi rivendica, quando dice che il poeta deve essere "imitatore di nessuno, se non di se stesso ".[/justify]
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1818 - Giacomo Leopardi I Canti e gli Idilli:
Fra il 1818 ed il 1819, scrisse una serie di liriche, chiamate Canti ed Idilli. Tali liriche si sviluppano su due piani paralleli nel tempo e nelle tesi, diversi per le poetiche che sono dietro di essi. Prima e dopo il '18 vi fu in lui una ricerca assai varia di modi poetici nei quali dar vita al suo mondo interiore, nel quale si fondono una sensibilità moderna, frutto di una certa influenza di Goethe, Madame de Stael, Foscolo, esprimendosi in maniera classicista.
Il romanticismo era negato teoricamente, ma certe sue istanze prendevano piede poco alla volta, senza mai trovare una forma definitiva di equilibrio.

Da questi tentativi poetici svariati, abbiamo, da una parte l'effusione sentimentale ed il patetico, che si manifestano come confessioni autobiografiche, tali Le Rimembranze e L'Appressamento della morte del 1816, come pure Alla sua donna del '23, le Elegie del 1817-18, una delle quali, Il primo amore, entrò nella raccolta dei Canti; l'amore, come Il pensiero dominante, Amore e morte, Aspasia, A se stesso; il realismo, nelle due poesie Per una donna inferma di malattia lunga e mortale e Nella morte di una donna fatta trucidare col suo portato dal corruttore per mano di un chirurgo, tentò pure di abbozzare dei romanzi sulla scia dell'Ortis e del Werther, che non scrisse mai. Insomma, in questi anni, il Leopardi, cercava in tutti i modi di liberarsi, attraverso prove e tentativi, di certa cultura familiare e de1 suo gusto classicista, nella ricerca di forme poetiche nuove.
Per gli altri Canti , La canzone All'Italia, scritta nel 1818 a Roma e pubblicata nello stesso anno, dal punto di vista tecnico-formale, si ricollegava alla tradizione lirica italiana, di schema petrarchesco, come pure su temi classici Il Bruto minore e L'ultimo canto di Saffo, invece con spirito classico ma su temi moderni, A un vincitore nel gioco del pallone, da occasioni sia pubbliche e private, Ad Angelo Mai, quand'ebbe trovato i libri di Cicerone.
In queste canzoni novità ve ne sono, come pure un certo patriottismo, anche se generico, è vissuto con una certa intimità e dietro tutte queste liriche si denota la presenza dei temi affrontati nello Zibaldone, come pure si denota la delusione storica che era al centro delle tematiche e della sensibilità romantica.

Gli Idilli
Negli stessi anni compose, intrecciandole con i Canti, una serie di sei liriche, L'infinito, La sera al dì di festa, Alla luna, Il sogno, Lo spavento notturno, La vita solitaria, pubblicate nel 1826, con la data comune di stesura del 1819, con il titolo di Idilli. Essi nacquero nel '19 all'uscita della sua crisi, giacché si era accorto che la facoltà di amare era ancora viva in lui, "Io tengo afferrati con ambe le mani questi ultimi avanzi e queste ombre di quel benedetto e beato tempo, dove io speravo e sognavo la felicità, e sperando e sognando la godevo".
In essi sono presenti gli stessi temi riportati in difesa della mitologia, e dietro gli Idilli è presente la stessa cultura sensistica e la stessa ideologia che sorreggono i Canti, ma diverso lo spirito che li anima. Mentre nei Canti è tutto proteso verso l'esterno, negli Idilli è rivolto verso l'interiore ed a risentire, nella comunione con la natura, il palpito del suo cuore.

Con queste liriche il Leopardi, ha trovato la strada di una lirica, che ,nei modi congeniali del romanticismo europeo, impregnata di ideologia e cultura, proponeva l'effusione sentimentale, trasfigurando una visione concettuale della vita e dell'uomo in miti poetici, che serbano in sé quella sua ricchezza ed opulenza di pensiero e cultura. Il colle dell'Infinito, con la siepe che esclude l'orizzonte, la notte intrisa di silenzio della Sera del dì di festa, sono trasfigurazioni di stati d'animo che il poeta ha scoperto scavando dentro di sé, fino a ritrovarci il pensare ed il sentire di un'epoca.
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Giacomo Leopardi - Canti - ALL'ITALIA:

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O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l'erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perché, perché? dov'è la forza antica,
Dove l'armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl'italici petti il sangue mio.
Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Né ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L'itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.
Oh venturose e care e benedette
L'antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch'alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l'onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l'Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d'Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l'etra e la marina e il suolo.
E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch'offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell'armi e ne' perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L'ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch'a danza e non a morte andasse
Ciascun de' vostri, o a splendido convito:
Ma v'attendea lo scuro
Tartaro, e l'onda morta;
Né le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l'aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.
Ma non senza de' Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia
Tal fra le Perse torme infuriava
L'ira de' greci petti e la virtute.
Ve' cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute
E correr fra' primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve' come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d'infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.
Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell'imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall'uno all'altro polo.
Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest'alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch'io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.
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SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE

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Perché le nostre genti
Pace sotto le bianche ali raccolga,
Non fien da' lacci sciolte
Dell'antico sopor l'itale menti
S'ai patrii esempi della prisca etade
Questa terra fatal non si rivolga.
O Italia, a cor ti stia
Far ai passati onor; che d'altrettali
Oggi vedove son le tue contrade,
Né v'è chi d'onorar ti si convegna.
Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,
Quella schiera infinita d'immortali,
E piangi e di te stessa ti disdegna;
Che senza sdegno omai la doglia è stolta:
Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,
E ti punga una volta
Pensier degli avi nostri e de' nepoti.
D'aria e d'ingegno e di parlar diverso
Per lo toscano suol cercando gia
L'ospite desioso
Dove giaccia colui per lo cui verso
Il meonio cantor non è più solo.
Ed, oh vergogna! udia
Che non che il cener freddo e l'ossa nude
Giaccian esuli ancora
Dopo il funereo dì sott'altro suolo,
Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,
Firenze, a quello per la cui virtude
Tutto il mondo t'onora.
Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso
Obbrobrio laverà nostro paese!
Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende,
Schiera prode e cortese,
Qualunque petto amor d'Italia accende.
Amor d'Italia, o cari,
Amor di questa misera vi sproni,
Ver cui pietade è morta
In ogni petto omai, perciò che amari
Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo.
Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni
Misericordia, o figli,
E duolo e sdegno di cotanto affanno
Onde bagna costei le guance e il velo.
Ma voi di quale ornar parola o canto
Si debbe, a cui non pur cure o consigli,
Ma dell'ingegno e della man daranno
I sensi e le virtudi eterno vanto
Oprate e mostre nella dolce impresa?
Quali a voi note invio, sì che nel core,
Sì che nell'alma accesa
Nova favilla indurre abbian valore?
Voi spirerà l'altissimo subbietto,
Ed acri punte premeravvi al seno.
Chi dirà l'onda e il turbo
Del furor vostro e dell'immenso affetto?
Chi pingerà l'attonito sembiante?
Chi degli occhi il baleno?
Qual può voce mortal celeste cosa
Agguagliar figurando?
Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante
Lacrime al nobil sasso Italia serba!
Come cadrà? come dal tempo rosa
Fia vostra gloria o quando?
Voi, di ch'il nostro mal si disacerba,
Sempre vivete, o care arti divine,
Conforto a nostra sventurata gente,
Fra l'itale ruine
Gl'itali pregi a celebrare intente.
Ecco voglioso anch'io
Ad onorar nostra dolente madre
Porto quel che mi lice,
E mesco all'opra vostra il canto mio,
Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.
O dell'etrusco metro inclito padre,
Se di cosa terrena,
Se di costei che tanto alto locasti
Qualche novella ai vostri lidi arriva,
io so ben che per te gioia non senti,
Che saldi men che cera e men ch'arena,
Verso la fama che di te lasciasti,
Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti
Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,
Cresca, se crescer può, nostra sciaura,
E in sempiterni guai
Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.
Ma non per te; per questa ti rallegri
Povera patria tua, s'unqua l'esempio
Degli avi e de' parenti
Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri
Tanto valor che un tratto alzino il viso.
Ahi, da che lungo scempio
Vedi afflitta costei, che sì meschina
Te salutava allora
Che di novo salisti al paradiso!
Oggi ridotta sì che a quel che vedi,
Fu fortunata allor donna e reina.
Tal miseria l'accora
Qual tu forse mirando a te non credi.
Taccio gli altri nemici e l'altre doglie;
Ma non la più recente e la più fera,
Per cui presso alle soglie
Vide la patria tua l'ultima sera.
Beato te che il fato
A viver non dannò fra tanto orrore;
Che non vedesti in braccio
L'itala moglie a barbaro soldato;
Non predar, non guastar cittadi e colti
L'asta inimica e il peregrin furore;
Non degl'itali ingegni
Tratte l'opre divine a miseranda
Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti
Carri impedita la dolente via;
Non gli aspri cenni ed i superbi regni;
Non udisti gli oltraggi e la nefanda
Voce di libertà che ne schernia
Tra il suon delle catene e de' flagelli.
Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto
Che lasciaron quei felli?
Qual tempio, quale altare o qual misfatto?
Perché venimmo a sì perversi tempi?
Perché il nascer ne desti o perché prima
Non ne desti il morire,
Acerbo fato? onde a stranieri ed empi
Nostra patria vedendo ancella e schiava,
E da mordace lima
Roder la sua virtù, di null'aita
E di nullo conforto
Lo spietato dolor che la stracciava
Ammollir ne fu dato in parte alcuna.
Ahi non il sangue nostro e non la vita
Avesti, o cara; e morto
Io non son per la tua cruda fortuna.
Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda:
Pugnò, cadde gran parte anche di noi:
Ma per la moribonda
Italia no; per li tiranni suoi.
Padre, se non ti sdegni,
Mutato sei da quel che fosti in terra.
Morian per le rutene
Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,
Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo
E gli uomini e le belve immensa guerra.
Cadeano a squadre a squadre
Semivestiti, maceri e cruenti,
Ed era letto agli egri corpi il gelo.
Allor, quando traean l'ultime pene,
Membrando questa desiata madre,
Diceano: oh non le nubi e non i venti,
Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,
O patria nostra. Ecco da te rimoti,
Quando più bella a noi l'età sorride,
A tutto il mondo ignoti,
Moriam per quella gente che t'uccide.
Di lor querela il boreal deserto
E conscie fur le sibilanti selve.
Così vennero al passo,
E i negletti cadaveri all'aperto
Su per quello di neve orrido mare
Dilaceràr le belve
E sarà il nome degli egregi e forti
Pari mai sempre ed uno
Con quel de' tardi e vili. Anime care,
Bench'infinita sia vostra sciagura,
Datevi pace; e questo vi conforti
Che conforto nessuno
Avrete in questa o nell'età futura.
In seno al vostro smisurato affanno
Posate, o di costei veraci figli,
Al cui supremo danno
Il vostro solo è tal che s'assomigli.
Di voi già non si lagna
La patria vostra, ma di chi vi spinse
A pugnar contra lei,
Sì ch'ella sempre amaramente piagna
E il suo col vostro lacrimar confonda.
Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse
Pietà nascesse in core
A tal de' suoi ch'affaticata e lenta
Di sì buia vorago e sì profonda
La ritraesse! O glorioso spirto,
Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?
Di': quella fiamma che t'accese, è spenta?
Di': né più mai rinverdirà quel mirto
Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male?
Nostre corone al suol fien tutte sparte?
Né sorgerà mai tale
Che ti rassembri in qualsivoglia parte?
In eterno perimmo? e il nostro scorno
Non ha verun confine?
Io mentre viva andrò sclamando intorno,
Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;
Mira queste ruine
E le carte e le tele e i marmi e i templi;
Pensa qual terra premi; e se destarti
Non può la luce di cotanti esempli,
Che stai? levati e parti.
Non si conviene a sì corrotta usanza
Questa d'animi eccelsi altrice e scola:
Se di codardi è stanza,
Meglio l'è rimaner vedova e sola.


Ultima modifica di admin_italiacanora il Mer Nov 28, 2012 8:07 am, modificato 3 volte
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Re: STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

Messaggio  admin_italiacanora il Gio Giu 02, 2011 11:52 pm

DALL’OTTOCENTO ALLA GRANDE GUERRA

La cultura italiana, di cui anche la musica è espressione, si caratterizza per il suo policentrismo, dovuto soprattutto al fatto che il nostro Paese è pervenuto tardi all’unificazione politica, e molto più tardi a quella linguistica; essa si caratterizza inoltre per la distanza tra la lingua e la cultura “alta”, di élite, e le lingue e culture popolari, espresse dai dialetti locali, regionali e cittadini.
Non può sorprendere perciò che alle origini della canzone italiana ci siano tre filoni molto diversi:

  • 1. Le canzoni dialettali (soprattutto napoletane)
  • 2. Il melodramma
  • 3. Le cantoni politico-sociali.
Tre filoni diversissimi ma, come vedremo, con sorprendenti contaminazioni e influenze reciproche.
 
 
LE CANZONI DIALETTALI
 
La canzone dialettale aveva origini antichissime nelle diverse città e regioni, ma tra tutte quella napoletana era di gran lunga la più prestigiosa, con un suo festival già dal 1839, a Piedigrotta (in occasione dell’inaugurazione della prima ferrovia in Italia, la Napoli-Portici).
Nata nel Settecento in forma di serenata o di ‘villanella’ (canzone agreste), assorbì la tradizione della tarantella, danza di origine pugliese dal ritmo vorticoso (da ‘tarantolati’, appunto) accompagnata da nacchere e tamburelli, e vide il passaggio dalla canzone popolare alla canzone d’amore.
Seguirono Santa Lucia (1848) e tante altre, soprattutto dagli anni ’80 alla Prima Guerra Mondiale, come ‘A cammesella (1875, destinata ad accompagnare molti spogliarelli nei caffè-concerto), Oilì Oilà, ‘A vucchella (con testo di Gabriele D’Annunzio), Funiculì funiculà (1880), Era de maggio, Marechiare (1885), ‘O sole mio (1898), I’te vurria vasa’, Torna a Suriento, Ninì Tirabusciò, ‘O surdato ‘nnamurato (1915), Reginella (1917). Molte di queste vennero composte da tre autori eccezionali: Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio e A.E. Mario (pseudonimo di Giovanni Gaeta).

1835 - Due elementi catalizzanti la propagazione ed il successo dell'attività musicale furono innanzitutto la nascita, di negozi musicali e di case editrici musicali come: Guglielmo Cottrau, Girard, Calcografia Calì, Fratelli Fabbricatore, Fratelli Clausetti e Francesco Azzolino, che ebbero il merito di recuperare, raccogliere, riproporre talvolta aggiornandoli, centinaia di brani antichi.
Un secondo veicolo di diffusione della canzone fu costituito dai cosiddetti "posteggiatori", ossia dei musici vagabondi che suonavano le canzoni o in luoghi al chiuso o davanti alle stazioni della posta o lungo le vie della città, talvolta spacciando anche le "copielle", fogli contenenti testi e spartiti dei brani parzialmente modificati.
La stagione comunque più suggestiva della storia della canzone napoletana si ha intorno ai primi dell'Ottocento con standard quali "Palummella zompa e vola", i cui versi contenevano per sino un messaggio di libertà in linea con gli ideali risorgimentali.
Nel 1835 a Napoli dilaga la melodia di "Te voglio bbene assale" scritta da Raffaele Sacco e la cui musica è di Gaetano Donizetti.
 
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Te voglio bene assaje è stata presentata il 7 settembre del 1839 in occasione della festa della Natività di Maria Vergine, alla festa di Piedigrotta (citata anche dal Boccaccio).
Il successo è travolgente: almeno 180.000 sono le copielle vendute (cioè i fogli col testo e la musica di questa canzone) e - allora come oggi - non c'è napoletano che non la sappia cantare.
La stragrande maggioranza degli italiani ne conosce almeno il refrain.
Questa canzone - a cui alcuni fanno risalire l'origine della "canzone napoletana" - ha avuto una tale fortuna che intorno a lei sono nate svariate leggende. Prima di tutto quelle sull'autore: sappiamo con certezza che l'autore del testo è stato Raffaele Sacco, un raffinato rimatore dell'epoca che di professione faceva "l'occhialaro", il fabbricante di occhiali. Per quanto riguarda la musica, invece, si dice che il compositore potrebbe essere stato addirittura Gaetano Donizetti, celeberrimo operista di Bergamo.
Oggi è accertato che l'autore della musica è invece un amico di Raffaele Sacco, il musicista Francesco Campanella.
La leggenda intorno a Donizetti si spiega però col fatto che la canzone napoletana cominciava a godere ormai di un grande prestigio, simile a quello della musica operistica: non a caso lo stesso Donizetti aveva scritto anche canzoni napoletane (La Conocchia; Lu tradimento; Canzone marinara).
Si dice anche che il paroliere Sacco fu rimproverato da un Cardinale per il contenuto profano della canzone e che per questo lo stesso autore ne scrisse poi versioni differenti.
Si racconta infine che questa canzone fosse così popolare che per molti napoletani era diventata una vera ossessione. Qualcuno sarebbe addirittura scappato da Napoli per togliersela dalle orecchie e dal cuore!  
 
 
1848 - Santa Lucia, scritta da Enrico Cossovich e Teodoro Cottrau nel 1848, può essere considerato il primo brano della storia della canzone italiana, per due motivi: è scritta in italiano, un italiano letterario ma prossimo ai modi del parlato; ha la forma della canzone (in bilico tra una villanella o una serenata e la tradizione musicale colta)
 
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1860 - Il 12 marzo 1860 a Napoli, nel quartiere Mercato nasceva Salvatore di Giacomo, il poeta della canzone napoletana, ma anche tout court uno dei più grandi poeti italiani del suo tempo.
Celebri i versi di «Catarì», «Marechiare», «'E spingole frangese», «Palomma 'e notte» e del capolavoro assoluto «Era de maggio».
 
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1880 - Secondo voi quale sarebbe la prima canzoncina pubblicitaria della storia..?
Ve lo dico io nel 1880 gli autori e primi cantori della canzone Peppino Turco e Luigi Denza furono incaricati di scrivere una canzone per pubblicizzare la nuovissima allora ma poco frequentata funicolare vesuviana Funiculì Funiculà, e pare che anche le primissime incisioni a scopo musicale su i cilindri furono fatte in america pare da un commerciante che in pratica invento una canzoncina la incise in uno dei primissimi fonografi lodando la bonta della merce che vendeva nel negozio.
 
FUNICULI' FUNICULA'  - Luigi Denza (Castellammare di Stabia, 1846 -- Londra, 1922)
 
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Nel 1880 fu inaugurata la prima funiculare del Vesuvio; in questa occasione, il giornalista Giuseppe Turco ed il musicista Luigi Denza (Direttore del Conservatorio di San Pietro a Majella) scrissero quella che diventerà ben presto una tra le più celebri canzoni napoletane: Funiculì Funiculà.
Essa è stata cantata dai più grandi cantanti di tutti i tempi, da Caruso a Pavarotti.
La sua importanza in seno alla musica non si limita però a questo: il celebre tema iniziale è stato usato da numerosi autori nel momento in cui dovevano simboleggiare la musica italiana: citiamo per tutti Richard Strauss in "Aus Italien" (1886) ed Alfredo Casella nella "Rapsodia Italia" (1909).
Sia nel mondo della Lirica e della Canzone come in quello della musica per Banda si trovano varie versioni di questo brano, che vanno da quelle improntate alla bieca banalità fino a quelle ricche di interesse musicale.
 
In italia tra gli anni 20 e 40 ci fu un vero e proprio bum di canzoni pubblicitarie gia ancora prima dell'avento della radio furono scomodati adirittura musicisti classici vedi Zandonai che dopo la celeberrima Francesca Da Rimini compose la Marcia della Telefunken di quegli anni la canzone reclame più famosa è stata rispolverata oggi ovvero L'ora del Campari dell'allora cantatutto Crivel cantatutto perchè cantava dalle canzoni napoletane alle melodie passando per le canzoni del regime.
 
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1893 - Un lontano giorno del 1893, mentre Gambardella era intento nel suo lavoro, in quella bottega di piazza Mercato entrò il poeta Gennaro Ottaviano (1874-1936) che cercava il principale per mostrargli alcuni versi da mettere in musica; approfittando dell’assenza di De Chiara, Gambardella chiese di poter leggere il testo della canzone e subito vi adattò una bellissima melodia di ispirazione belliniana, giosa e malinconica al tempo stesso.

Nacque così ‘’O marenariello’, una celebre canzone napoletana che i due il giorno dopo presentarono al maestro Raimondo Rossi, direttore dell’orchestra del Teatro Nuovo Politeama, che si trovava all’imbocco della Villa Comunale del Popolo.
La sera stessa la cantante Emilia Persico la consacrò al successo.

E’ anche verosimile che la storia tramandataci circa la nascita di questa canzone sia stata arricchita con una buona dose di fantasia, perché secondo alcune fonti la prima versione apparve nell’agosto 1893 su ‘La tavola rotonda’, con versi di Diodato Del Gaizo che, solo in un secondo momento, furono sostituiti con quelli di Ottaviano, nella stesura definitiva.

Comunque sia l’editore musicale Bideri acquistò per poche lire la canzone e, intuendo le capacità del giovane, che era pressoché analfabeta, gli mise accanto un musicista con l’incarico di trascrivere sul pentagramma le melodie da lui elaborate.
 
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Le straordinarie doti di Gambardella non sfuggirono neanche ai grandi poeti napoletani che gli affidarono i testi delle loro canzoni.
Nacquero così, con Ferdinando Russo, ‘Raggio di sole’(1895), ‘Serenatella nera’ (1903, con Eduardo di Capua),‘Nun me guardate chiù’ (1905) e ‘Quanno tramonta ‘o sole’ (1911); con Salvatore Di Giacomo ‘’E trezze ‘e Carulina’ (1895) e ‘Campagnola’ (1896) e con Libero Bovio ‘Si chiagnere me siente’ (1907).
 
Fino alla Grande Guerra, la grande fama canora dell’Italia – considerata il Paese dei mandolini e del bel canto – si identificò con la canzone napoletana, diffusa anche dai milioni di emigranti, e valorizzata dalla voce inconfondibile di Enrico Caruso.
 
Però ogni regione aveva sue tradizioni di balli e di canti dialettali: tradizioni particolarmente ricche erano quella romana (con un suo festival, a San Giovanni, dal 1891), in forma di ‘sonetti’ e ‘stornelli’, spesso serenate, e quella milanese e lombarda; ma anche altre, ad esempio quella siciliana dei cantastorie (Ciuri ciuri - 1883).
In Romagna, nacque allora la tradizione della musica per il “ballo liscio”, che reinterpretava musiche ballabili di origine viennese e mitteleuropea: valzer, polke e mazurke.
 
 
1891 - Se per la canzone napoletana l'evento che ha in qualche modo ufficializzato e fissato nella storia una passione vecchia di molti secoli fu la Festa di Piedigrotta, per la canzone romana esistette un avvenimento di un'importanza similare, come la festa di S.Giovanni, raduno popolare svolto presso Porta San Giovanni, dove si sfidarono a singolar tenzone cantori, cantastorie, in una gara di stornelli alimentati dal vino dei Castelli.
Il preambolo a questa iniziativa fu senza dubbio il desiderio di festeggiare il ventennale dell'Unità d'Italia con Roma capitale e dai primi di maggio si susseguirono vari raduni quali le prime corse ippiche sulla nuova pista di Tor di Quinto.
 
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Quindi nella notte tra il 23 e il 24 giugno del 1891 in una osteria appena fuori Porta S.Giovanni, chiamata Facciafresca venne ideato il concorso per la più bella canzone romana.
La manifestazione riscosse un successo di pubblico inaspettato, al punto che la folla, in preda all'entusiasmo deragliò sul palco dove avrebbero dovuto esibirsi i cantanti muniti di mandolini, chitarre, violini, grancassa.
L'organizzatore fu costretto a rimandare la manifestazione al giorno seguente cambiando sede, nella quale vinse la canzone Le streghe, musicata da Calzelli e su testo di Ilari, che ebbe l'onore di essere cantata magistralmente da Leopoldo Fregoli, in procinto di divenire il trasformista per eccellenza.
 
"Le streghe" è la canzone vincitrice nel 1892 della 1ª Sagra della canzona Romana a San Giovanni, che in pratica è stata la prima Sagra, o si' preferite, er primo Festival musicale mai organizzato in Italia.
Le streghe era una canzone in stile romanza, che nei testi conservava traccia della festa pagana antecedente alla commemorazione del Santo.
In quegli anni stava divenendo una moda la canzone, talvolta estratta da versi celebri, come nel caso de La serenata di Gioacchino Belli, musicata da noti maestri, come il Parisotti.
 
Altre canzoni che restarono agli annali nelle prime edizioni della manifestazione furono Affaccete ciumaca di Ilari-Feroci, 'La lumacara, Quanto sei scema di Cotogni-Persichetti, e soprattutto Affaccete Nunziata di Ilari-Guida, considerata una della più belle canzoni della fine del secolo, lanciata anche dal tenore Tommaso Fiorentini.
 
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Il successo della manifestazione è attestato dalla sua longevità visto che ancora nel secondo dopoguerra si susseguirono le audizioni del Festival di San Giovanni.
La fine dell'Ottocento si rivelò un momento d'oro per la musica romana, dato che molti tenori, oltre al già citato Fiorentini, come Checco Marconi e Toto Cotogni, per non parlare di Lina Cavalieri portarono le canzoni romane in tutta Italia e persino nei templi della musica internazionale come il Metropolitan.
La canzone romana in questo periodo acquistò sempre più umorismo, spirito, allegria, basti pensare al cantante.comico Gustavo Cacini, divenuto celebre anche per aver ispirato con la sua marcetta intitolata Il treno rosa, addirittura Faccetta nera di Mario Ruccione, pur restando fedele, la canzone romana, ad una tradizione di sonetti e di stornelli lirici e appassionati.
 
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La fine dell'Ottocento si rivelò un momento d'oro per la musica romana, dato che molti tenori, oltre al già citato Fiorentini, come Checco Marconi e Toto Cotogni, per non parlare di Lina Cavalieri portarono le canzoni romane in tutta Italia e persino nei templi della musica internazionale come il Metropolitan.
La canzone romana in questo periodo acquistò sempre più umorismo, spirito, allegria, basti pensare al cantante.comico Gustavo Cacini, divenuto celebre anche per aver ispirato con la sua marcetta intitolata Il treno rosa, addirittura Faccetta nera di Mario Ruccione, pur restando fedele, la canzone romana, ad una tradizione di sonetti e di stornelli lirici e appassionati.
 
Assieme a questi filoni, la canzone romana ottocentesca mise in mostra anche le canzoni filopapiste o anticlericali, basate spesso su rime di Pasquino e di Ciceruacchio, oppure quelle carnevalesche, per non parlare di quelle politiche.
 
 
1898 - Nel 1898 Giovanni Capurro scrisse i versi che lo resero famoso, intitolati appunto "O sole mio", e li consegnò ad un musicista posteggiatore, Eduardo Di Capua, affinché li musicasse.
 
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La musica della canzone fu scritta a Odessa, in Russia, ove Di Capua era in tournee con il padre, e fu poi presentata ad un concorso per Piedigrotta, promosso dall'editore Bideri.
 
La canzone, anche grazie alla dedica a Nina Arcoleo, moglie del deputato Giorgio Arcoleo, si piazzò al secondo posto ed ebbe un successo a livello mondiale, confermato da un aneddoto avvenuto molti anni dopo: nel 1920 il re Alberto del Belgio inaugurò ad Anversa le Olimpiadi.
Sfilano le rappresentative nazionali mentre la banda esegue gli inni ufficiali.
Un momento di smarrimento quando escono gli italiani perché la banda ha smarrito lo spartito della "Marcia Reale".
Il maestro passa voce ai suonatori e attacca "O sole mio", che la folla dello stadio canta a gran voce.
 
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1892 - La zoentü l'è ü nìol: Canzone bergamasca, scritta da Ferdinando Tarenghi e musicata da Alessandro Ferrari Paris per il Concorso della canzone lombarda indetto da casa Ricordi.
 


Ultima modifica di admin_italiacanora il Gio Mar 19, 2015 12:56 pm, modificato 8 volte
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Re: STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

Messaggio  admin_italiacanora il Lun Nov 26, 2012 8:07 pm

LA CANZONE POLITICO - SOCIALE

La canzone politico-sociale nacque in un italiano aulico e letterario, come canzone patriottica durante le guerre del Risorgimento tali L’inno degli italiani (1847), musicato da Michele Novaro e composto  da Goffredo Mameli, che morì a difesa della repubblica romana nel 1849, e la famosa Addio mia bella addio (1848); e nel 1859 l’Inno a Garibaldi di Luigi Mercatini; ma anche con tono e linguaggio popolare come La bella Gigogin (1859) del milanese Paolo Giorza.

Si sviluppò in diverse direzioni:

  • - i canti popolari dell’emigrazione, che accompagnarono con dolore, a volte con rabbia, il dramma dell’esodo di ben 20 milioni di italiani, soprattutto verso le Americhe, dagli anni ’80 alla Prima Guerra Mondiale;
  • - i canti del lavoro, in italiano o in dialetto: da quello intitolato alla paludosa (e malarica) Maremma toscana a quello degli scariolanti, che bonificarono le paludi del Po, e quelli delle mondine emiliane e lombarde nelle risaie piemontesi;
  • - i canti rivoluzionari, di tradizione  socialista o anarchica, che alternavano i toni dolenti, per l’oppressione subita come lavoratori sfruttati, alla fierezza di una “coscienza di classe” antagonista come l'Inno dei lavoratori, composto nel 1886 dal giovane Filippo Turati, futuro leader socialista; L’Internazionale, e Bandiera rossa, composte a inizio Novecento in versione socialista, ed entrambe reinterpretate poi, dagli anni ’20, anche in versione comunista;  Addio Lugano bella, composta in carcere dall’anarchico Pietro Gori a fine Ottocento;
  • - i moltissimi canti della Grande Guerra o di intento celebrativo come La campana di San Giusto (1915), e soprattutto La leggenda del Piave, scritta dal grande compositore napoletano E.A. Mario nel 1918, di immediata ed enorme popolarità  o quelli di protesta nati in trincea come Gorizia tu sia maledetta (1916) e Tapum;
  • - intrecciato a quest’ultimo filone, c’era quello dei moltissimi canti corali alpini e di montagna.

Grandissimo successo ebbe anche una canzone politica di esplicito significato nazionalista, scritta in occasione della guerra di Libia, nel 1910 :  A Tripoli!, lanciata dall’avvenente stella dell’operetta Gea della Garisenda, che si presentò sul palco avvolta in una bandiera tricolore.
A Tripoli! è solo uno dei tanti esempi di contaminazione tra filoni e generi diversi: in questo caso, tra canzone politica, operetta e caffè-concerto, ma in altri casi tra canzoni sociali e politiche e tradizioni dialettali locali; o tra la canzone napoletana, spesso interpretata da grandi tenori come Caruso, e la lirica.  Proprio una canzone napoletana risalente a metà Ottocento, Santa Lucia (vedi sopra), è da molti considerata la prima vera e propria canzone italiana, perché scritta in un italiano letterario ma un po’ meno aulico, e con la tipica struttura basata su strofe e ritornello.

Resta il fatto che quasi tutte le grandi canzoni, i grandi autori sia di testi che di musiche, e i/le grandi interpreti appartenevano, fino alla Grande Guerra, alla tradizione napoletana.

1886 - L'inizio del secolo è segnato dalle lotte per il lavoro, che spesse volte, soprattutto tra i campi, è accompagnato dai canti dei contadini.
Le canzoni a sfondo sociale o politico, in verità, nascono qualche anno prima: si pensi all'Inno dei lavoratori, scritto nel 1886 dal socialista Filippo Turati.
Otto lunghe strofe intervallate da un ritornello decisamente efficace: "Il riscatto del lavoro / de' suoi figli opra sarà / o vivremo del lavoro / o pugnando si morrà". La lotta di cui parla Turati - com'è facile intuire - non si esaurisce subito ma raggiunge il nuovo secolo, fomentata - almeno sul piano musicale - dall'affermarsi dei canti spontanei, strofe e note senza autore che nascono in seno ai gruppi di lavoratori.

"su fratelli e e su compagni, su venite in fitta schiera ....", versione integrale con tutte le strofe dell'inno storico del movimento socialista italiano
è del 1896 e dunque è pieno di retorica e di positivismo ma insieme alla sua musica ti prende e fa venire qualche lacrima a chi ci crede e ci ha creduto:
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Su fratelli, su compagne,
su, venite in fitta schiera:
sulla libera bandiera
splende il sol dell'avvenir.

Nelle pene e nell'insulto
ci stringemmo in mutuo patto,
la gran causa del riscatto
niun di noi vorrà tradir.

 Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

La risaia e la miniera
ci han fiaccati ad ogni stento
come i bruti d'un armento
siam sfruttati dai signor.

I signor per cui pugnammo
ci han rubato il nostro pane,
ci han promessa una dimane:
la dima si aspetta ancor.

 Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

L'esecrato capitale
nelle macchine ci schiaccia,
l'altrui solco queste braccia
son dannate a fecondar.

Lo strumento del lavoro
nelle mani dei redenti
spenga gli odii e fra le genti
chiami il dritto a trionfar.

  Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

Se divisi siam canaglia,
stretti in fascio siam potenti;
sono il nerbo delle genti
quei che han braccio e che han cor.

Ogni cosa è sudor nostro,
noi disfar, rifar possiamo;
la consegna sia: sorgiamo
troppo lungo fu il dolor.

Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

Maledetto chi gavazza
nell'ebbrezza dei festini,
fin che i giorni un uom trascini
senza pane e senza amor.

Maledetto chi non geme
dello scempio dei fratelli,
chi di pace ne favelli
sotto il pie dell'oppressor.

 Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

I confini scellerati
cancelliam dagli emisferi;
i nemici, gli stranieri
non son lungi ma son qui.

Guerra al regno della Guerra,
morte al regno della morte;
contro il dritto del del più forte,
forza amici, è giunto il dì.

 Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

O sorelle di fatica
o consorti negli affanni
che ai negrieri, che ai tiranni
deste il sangue e la beltà.

Agli imbelli, ai proni al giogo
mai non splenda il vostro riso:
un esercito diviso
la vittoria non corrà.

Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

Se eguaglianza non è frode,
fratellanza un'ironia,
se pugnar non fu follia
per la santa libertà;

Su fratelli, su compagne,
tutti i poveri son servi:
cogli ignavi e coi protervi
il transigere è viltà.

 Il riscatto del lavoro
 dei suoi figli opra sarà:
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.
 o vivremo del lavoro
 o pugnando si morrà.

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Nel 1898 Filippo Turati, autore del testo, venne condannato a dodici anni di reclusione in occasione dei moti del pane di Milano, repressi nel sangue.

L'accusa fu di sobillazione, assolutamente inventata in quanto lui stesso si era prodigato per scongiurare una rivolta, i cui scopi gli parevano poco chiari. "Non fate dimostrazioni - disse - , sarebbero il pretesto ad una repressione feroce" che puntualmente avvenne.

Tra le imputazioni ci fu anche quella di aver scritto i versi del Canto dei lavoratori, l'inno del partito operaio da lui fondato nel 1892 (divenuto successivamente il Partito Socialista Italiano): "Sono come eccitanti all'odio di classe", confidò anni dopo all'amico Treves:  chi veniva colto a cantarlo in pubblico veniva condannato a 75 giorni di carcere.

La musica fu composta dal maestro Amintore Galli, e la prima esecuzione pubblica avvenne a Milano il 27 Marzo 1886 nel salone del Consolato operaio, in via Campo Lodigiano, ad opera della Corale Donizetti.

L'inno ebbe subito una grandissima diffusione, e fu tra i più amati dai lavoratori italiani.

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Tra i più noti è Gli scariolanti, che racconta di coloro che prendono parte alle grandi opere di bonifica sviluppatesi a partire dal 1880 sulla costa ferrarese e romagnola: "A mezzanotte in punto / si sente un gran rumore / sono gli scariolanti lerì lerà / che vanno a lavorar".

A mezzanotte, infatti, i "caporali" suonano il corno, cioè il segnale che fa incamminare verso gli argini chi vuole avere il lavoro.

La canzone si riferisce al reclutamento della manovalanza per i lavori della bonifica della Romagna (1880): la mezzanotte della domenica il caporale suonava il corno e i braccianti correvano con le carriole verso il podere.
I primi ad arrivare venivano assunti per tutta la settimana, gli altri dovevano aspettare disoccupati sino alla domenica successiva.


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A mezzanotte in punto, lerà,
si sente una tromba suonar:
sono gli scariolanti, lerà,
che vanno a lavorar.

Volta, rivolta
e torna a rivoltar,
noi siam gli scariolanti, lerì, lerà,
che vanno a lavorar.

A mezzanotte in punto, lerà,
si sente un gran rumor:
sono gli scariolanti, lerà,
che vanno a tribolar.

Volta, rivolta
e torna a rivoltar,
noi siam gli scariolanti, lerì, lerà,
che vanno a lavorar.

Gli scariolanti belli, lerà,
son tutti ingannator:
vanno a ingannar la bionda, lerà,
per un bacino d'amor.

Volta, rivolta
e torna a rivoltar,
noi siam gli scariolanti, lerì, lerà.

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IL MELODRAMMA

Il melodramma (l’opera lirica), nato in Italia nel Settecento, toccò le sue vette nell’Ottocento, quando le sue “romanze” e “arie” più celebri erano popolarissime, anche perché in quell’epoca (senza cinema radio e TV) si andava a teatro molto più di oggi.

A fine Ottocento comparvero anche le “romanze da salotto” per pianoforte e voce, scritte da celebri compositori, ed esse contribuirono a diffondere nei salotti borghesi il gusto aristocratico del concerto in casa. All’inizio del Novecento, l’invenzione del grammofono e del disco in vinile (il 78 giri, fino al secondo dopoguerra, quando subentrarono i 33 e i 45 giri) permise di incidere quelle romanze e canzoni, e diede fama internazionale a grandi tenori: il napoletano Enrico Caruso nel primo ventennio del Novecento (che come sentiremo interpretò anche la canzone napoletana); poi il marchigiano Beniamino Gigli, suo “erede” dagli anni '20 ai '40.

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Va pensiero, il canto disperato di un popolo vinto, “Va pensiero” è una pagina bellissima, così bella che superficialmente tutti se la devono senza ricordarne il significato: è il canto disperato di un popolo vinto, schiavizzato, che si piange addosso. Verdi infatti subito dopo fa intervenire il gran sacerdote Zaccaria che rimprovera il suo popolo, dice loro di smetterla di piangere come connette e di trovare dentro di sé e nella fede la forza per spezzare le catene e riscattarsi.
Altra osservazione: Marcel Proust nella difesa della “cattiva musica”, nel senso di musica popolare, ricorda che “a poco a poco essa si è riempita del sogno e delle lacrime degli uomini. Per questo vi sia rispettabile. Il suo posto è immenso nella storia sentimentale della società.
Il ritornello che un orecchio fine ed educato rifiuterebbe di ascoltare, ha ricevuto il tesoro di migliaia di anime, conserva il segreto di migliaia di vite di cui fu la ispirazione, la consolazione sempre pronta, la grazia e l’idea”.
Va, pensiero (Va, pensiero, sull'ali dorate) è uno dei cori più noti della storia dell'opera, collocato nella parte terza del Nabucco di Giuseppe Verdi (1842), dove viene cantato dagli Ebrei prigionieri in Babilonia.

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E lucevan le stelle. Riassunto della storia: Angelotti, bonapartista, scappa dalla prigione di Castel Sant’Angelo a Roma e la marchesa Attavanti lo aiuta travestendolo da donna. Angelotti è aiutato anche da un pittore, Mario Cavaradossi, che aveva peraltro dipinto la marchesa Attavanti.
Mentre i due uomini parlano di fuga entra Tosca, l’amante di Cavaradossi, e Angelotti si nasconde; Tosca vede la marchesa ritratta e diventa subito gelosa.

Il capo della polizia papalina, Scarpia, sospetta di Cavaradossi e decide di usare la gelosia di Tosca. Infatti Scarpia fa credere a Tosca che Cavaradossi si trovi con la marchesa.
Tosca va a cercarlo e Scarpia la fa seguire. Cavaradossi viene arrestato e torturato ma quando Tosca sente le sue urla rivela lei stessa il nascondiglio di Angelotti. Scarpia fa uccidere immediatamente Angelotti e condanna Cavaradossi alla morte.
Tosca chiede la grazia per Cavaradossi ma Scarpia vuole che lei diventi la sua amante.
Tosca finge di accettare e Scarpia le rivela che la fucilazione di Cavaradossi è una finzione. Allora Tosca uccide il capo della polizia e corre da Cavaradossi che le stava scrivendo una lettera drammatica. Tosca gli dice che la sua fucilazione è una finzione. Ma in realtà Cavaradossi viene fucilato veramente e Tosca, che è inseguita dalla polizia per la morte di Scarpia, si getta dal castello.

Tosca è, forse, l’opera più drammatica di Giacomo Puccini. La prima rappresentazione è stata a Roma nel Teatro Costanzi, il 14 gennaio del 1900.
Quest’aria, cantata da Enrico Caruso, è la lettera che Cavaradossi scrive a Tosca prima della sua morte.

VA PENSIERO

^^E LUCEVAN LE STELLE


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^^
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Testo:
Va, pensiero, sull'ali dorate;

Va, ti posa sui clivi, sui colli,
Ove olezzano tepide e molli
L'aure dolci del suolo natal!
Del Giordano le rive saluta,


Di Sionne le torri atterrate...
Oh mia patria sì bella e perduta!
Oh membranza sì cara e fatal!
Arpa d'or dei fatidici vati,


Perché muta dal salice pendi?
Le memorie nel petto riaccendi,
Ci favella del tempo che fu!
O simile di Solima ai fati


Traggi un suono di crudo lamento,
O t'ispiri il Signore un concento
Che ne infonda al patire virtù!
^^
Testo:
E lucevan le stelle,
ed olezzava la terra
stridea l'uscio dell'orto
e un passo sfiorava la rena.
Entrava ella fragrante,
mi cadea fra la braccia.

O dolci baci, o languide carezze,
mentr'io fremente le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d'amore.
L'ora è fuggita, e muoio disperato!
e muoio disperato! E non ho amato mai tanto la vita!
tanto la vita!

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Alla grande tradizione dell’Opera si aggiunse una sua versione più “leggera” e frivola, l’Operetta (nata nel 1858 in Francia con l’Orfeo all’inferno di Jacques Offenbach, che lanciò lo… scandaloso ballo del can can), una delle espressioni culturali più tipiche della Belle Epoque.

Sempre durante la Belle Epoque (fine '800-1914) si affermò anche un nuovo genere di spettacolo, il caffè-concerto, sulle orme del francese cafè-chantant.
Il primo fu il Salone Margherita a Napoli, con tavolini, poltrone e un pittoresco palcoscenico sul quale si alternavano attrazioni diverse:  danza, canzoni, numeri comici. Era il regno dei “fini dicitori” (cosiddetti per il loro stile, fatto di  eleganza affettata, monocolo, voce in falsetto) e delle “sciantose” (le cantanti, dal francese chanteuse), che furono le prime dive, portatrici di una immagine fatale, peccaminosa, quasi postribolare di bellezza femminile, come le famose Cleo de Merode, Lina Cavalieri, “la bella Otero”.

Al caffè-concerto subentrò poi, a ridosso della Grande Guerra, il teatro di varietà, fatto di satira, canzoni, balli, giocolieri e spogliarelliste, sulle orme della spregiudicata Parigi del Moulin Rouge e delle Folies Bergères.

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Re: STORIA (temporale) DELLA CANZONE ITALIANA - dal 1730 al 1900

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