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STORIA DELLA CANZONE ITALIANA

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STORIA DELLA CANZONE ITALIANA

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Mag 24, 2011 2:00 pm

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1. PREMESSA

Ci sforzeremo in questi appunti di raccogliere alcuni pensieri sparsi attorno ad un fenomeno, la cosiddetta musica  leggera e segnatamente la canzone italiana, alle quali non pochi di noi sono emotivamente legati.


Canzone è un termine che designa in origine un componimento poetico specifico. La canzone appunto, ma non destinata esplicitamente al canto.

Canzone e canzonetta. Cenni e struttura. In rima (Petrarca) e libera (Leopardi). La canzonetta (Chiabrera):  un’ode particolare destinata al canto.

Se la "sonata" rimonta  a Frescobaldi, la "cantata"  parte da Monteverdi. È a quest'ultimo che si dovrà fare sempre riferimento per rintracciare una tendenza sempre viva della civilizzazione culturale italiana: l'oralità e la disposizione al canto. Monteverdi sta a Frescobaldi come Petrarca a Boccaccio.

Il testo italiano poetico della grande tradizione letteraria ha in qualche modo connessione col canto: Dante scrive la “Divina Commedia” e la divide in “Cantiche”; scrive “Canzoni” Petrarca e “Canzoniere” si intitola la sua più fortunata raccolta poetica.  “Cantari” vengono anche chiamati i poemi cavallereschi in ottava rima quali l’"Orlando furioso" e "La Gerusalemme liberata". Anche  Leopardi intitola la sua più nota raccolta “Canti” e "Canzoniere" anche la raccolta di versi di Umberto Saba. Gli italiani, colti o ignoranti,  “cantano” sempre. Perché? Per un fenomeno che è stato poco studiato, secondo me. La canzone raccoglie come forma privilegiata  di espressione artistica alcune istanze di fondo della civilizzazione culturale italiana. Quali?

In primo luogo l’oralità ossia l’attitudine ad esprimersi attraverso forme di comunicazione non scritta. (Anche la straordinaria fortuna del karaoke e del telefonino va  messa in connessione con questa specificità antropologico-culturale degli italiani). Il fenomeno è rintracciabile a partire dalla Controriforma e del permanente divieto delle Autorità ecclesiastiche di tradurre le Sacre Scritture nella lingua dei parlanti. Mentre altrove (nell’Europa fredda) il processo di incivilimento prevede l’apprendimento della scrittura (spesso compiuta nel Libro per eccellenza, la Bibbia, tradotta già in tedesco da Lutero, oppure nel Prayer Book in ambito anglosassone), in Italia invece il divieto blocca l’apprendimento della scrittura come fenomeno di massa e quindi l’uso della scrittura come forma privilegiata e “naturale” di comunicazione. Ciò significherà ad esempio che l’Italia salterà la stagione del romanzo sette-ottocentesco a favore del melodramma. Mentre altrove si affronterà la “prosa del mondo” (Hegel) con la prosa del romanzo, in Italia permarrà l’inclinazione lirico-melica ad esprimersi precipuamente attraverso la parola e il canto. È un bene? È un male? Comunque sia... è  l’Italia!

In secondo luogo occorre ricordare la predominante occupazione e preoccupazione lirica della tradizione poetica italiana, ritenuta, a torto o a ragione, dagli italiani letterati e illetterati, la forma suprema di espressione artistica. In connessione a ciò occorre sottolineare il peso prepotente della tradizione artistica poetica in special modo lirica (più che epica o narrativa come invece ad es: nell’"Orlando Furioso" dell’Ariosto) su quella prosastica tout court. Petrarca contro Boccaccio insomma. Il petrarchismo endemico in Italia, alla lunga, l’avrà vinta sulla prosa di Boccaccio e sulla possibilità di rendicontare il reale sotto  forma prosastica e narrativa. L’inclinazione lirica, l’atto di porgere alla propria amata o al mondo intero le proprie “spremute di cuore” per dirla con le parole di una “canzonetta” ("Teorema", di H.Pagani, cantata da Marco Ferradini) è ritenuto dai più il non plus ultra  in fatto di espressione e comunicazione artistica.

In terzo luogo occorre rammentare che, per quanto possa sembrare incredibile, la comunicazione musicale è quella che più si offre, come mezzo reale ed immediato, ad un popolo di semianalfabeti. È l’espressione privilegiata di una società e di un mondo socioculturalmente arretrati. (Vedi l’impatto che ha la musica presso i negri d’America o in Brasile). Pochi sospettano che anche i più grandi “musicisti” moderni, quali Lucio Battisti, non conoscevano la musica nel senso tecnico e professionale del termine. Escluso Ivano Fossati, Paolo Conte, Enrico Ruggeri e pochi altri, i “musicisti” italiani sono dei praticoni delle note, dei geniali praticoni: pochissimi sanno leggere uno spartito e moltissimi eseguono la musica “a orecchio”.  In connessione a ciò, occorre ricordare pertanto che la canzone italiana, in quanto frutto di una pletora infinita di praticanti ed amatori, è una espressione compiuta del genio collettivo italiano. Essa non nasce da un  talento solitario e romantico, tutt’altro. Fino all’avvento dei cantautori, ma anche oltre, mai come per la canzone italiana - confezionata da una massa anonima di parolieri, arrangiatori, musicisti, improvvisatori - si può dire che essa nasca dalle masse per ritornare alle masse. E anche quando essa sortisce dallo sforzo individuale di un artista, tale e tanta è la sua "domanda"  indiretta, sociale, che  nessun'altra forma artistica più di essa è consentanea alle masse, che ne sono, ad un tempo, produttrici e  voraci consumatrici. Essa è perciò sorgiva ed aurorale forma di espressione popolare. Anche con l’avvento dell’industria discografica e quindi con l’apertura  di un mercato reale che offre sempre più, ad una larga schiera di cantanti, parolieri, musicisti, e arragiantori vari, l’opportunità di poter vivere di musica (“Papà, qui mi pagano!, dirà Mina), si è potuto riscontrare nella sua intima  verità questo fenomeno: tanto è vero che quasi  un intero popolo ha  creduto, negli anni ’60, di poter mettere su un complesso e di esprimersi con una canzone e di conquistare il successo, la notorietà e una quantità sufficiente di denaro per sottrarsi alla timbratura quotidiana del cartellino.

Certamente la tradizione poetica designa  altri  componimenti destinati al canto: il madrigale, la frottola, la ballata etc. Quest’ultimo  componimento poetico di origine provenzale del XII sec. (destinato espressamente al canto e al ballo) alterna un ritornello (o ripresa) alla stanza (o strofa). Per molti versi è la struttura invariata della canzone moderna. Quest’ultimo genere avrà tanta fortuna che arriverà intatto fino ai giorni nostri. ( "La canzone di Marinella"  di De André è tecnicamente una  ballata , come anche  "Il ragazzo della via Gluck" , "La ballata di Cerutti Gino" di Gaber, "Ciao amore ciao" di L.Tengo (1967),  "Borghesia"  di Claudio Lolli,   "4 marzo ’43" (Pallottino – Dalla 1971).

Per ballata in senso moderno (nella canzone italiana o francese) si intende una canzone di  facile motivo musicale e/o  di chiara intonazione  popolare – molto usata dai contastorie peraltro - dove l’elemento narrativo (la storia di qualcuno) prevale su quello lirico-espressivo. (Questa è di Marinella la storia vera/che scivolò in un fiume a primavera...Questa è la storia di uno di noi/anche lui nato per caso in via Gluck...)

Nella poesia, la ballata romantica di origine tedesca molto diversa per rime e ritmi da quella antica e medievale è introdotta in Italia nell’800 e verrà chiamata  talora “romanza” (Berchet). Da non confondere con  la  romanza da salotto, che è   un componimento molto simile, quando non derivato,  dall’aria dell’opera lirica o dell’operetta, dove prevale il dispiegamento del canto libero e melodioso e l’intonazione apertamente lirica. (Esempi moderni, molto belli e convincenti,  sono  "Con te partirò " (Quarantotto – Sartori 1995) cantata da A. Bocelli o anche  "Fotoromanza"  di G. Nannini), la quale porta anche nel titolo la dichiarazione di appartenenza al genere, seppure la bella canzone sia un impasto originale di rock e tradizione melodica italiana.

La canzone italiana così come la conosciamo noi nasce alla fine dell’ ’800, (per Gianni  Borgna addirittura a metà dell’’800 con "Santa Lucia") dalla romanza da salotto o dalle arie  dell’operetta,  si sviluppa per tutto il ‘900, ha il suo momento magico di larghissima diffusione popolare (grazie anche all’invenzione dei mezzi tecnici di riproduzione e di ascolto a basso costo, il giradischi e il disco di vinile) negli anni 50-80 con il suo picco negli anni ’60 e metà dei ’70. Insomma dal primo festival di San Remo (1951 ) alle prine radio libere (1974).
Ma il suo momento magico è a mio avviso da collocare  negli ’80. È in questo decennio che sono in azione e in piena attività geni puri della canzone: Ivano Fossati, Franco Battiato, Antonello Venditti, Renato Zero, Gianna Nannini, Maurizio Fabrizio, Roberto Vecchioni, i Matia Bazar, Dalla, Guccini, De Gregori etc.

Musica e parole
La questione ha avuto una trattazione "alta", già in ambito operistico,  con le polarizzazioni di Monteverdi ("La musica serva delle parole") e Salieri ("Prima la musica e poi le parole").  Nel nostro ambito è solo un modesto  buon senso che ci spinge ad asserire che in effetti sia musica che parole sono inscindibili nella  composizione, esecuzione ed ascolto della canzone. È praticamente impossibile scindere i due elementi che bisogna cogliere invece nella loro indissolubile unità. Possiamo dire che le parole senza la musica sono vuote e la musica senza parole è cieca. Spesso accade che ad una musica geniale si accompagnino testi miserabili e viceversa. La perfezione si ha  quando i due elementi entrano in perfetto equilibrio e non sai più a quale dei due   attribuire il più forte peso fascinatorio.  Dice Gianni Borgna:« La parola nella musica non è la stressa che nella poesia. La parola poetica è musicale di per se stessa e mal sopporta l’aggiunta della musica. (...) Cos’è che rende “poetico” Il cielo in una stanza? Non certo il testo, in sé piuttosto banale, ma l’amalgama perfetto tra “quelle” parole e “quella” musica. Amalgama sia detto a scanso di equivoci, difficilissimo da realizzare».

Ma entrambi gli elementi giocano al ribasso: la canzone – a differenza della poesia - non si prende mai sul serio: risiede  qui la sua forza, e  la sua subdola e canagliesca presa sul  nostro animo. Essa lavora nella zona grigia del precordio, in una zona indistinta dell’animo, dove viene  archiviata dopo l’ascolto, spesso a nostra insaputa, tra i ricordi e le sensazioni di tutti i giorni, di modo che al riascolto di quella scattano subito questi.

La poesia chiede un processo intenzionale. La lettura o l’ascolto consapevoli. Le canzonette invece sono “nell’aria” sin dai tempi degli organetti di Barberia. Entrano nell’anima senza chiedere permesso e s’infiltrano nella memoria come dei cookies per usare un termine dell’informatica.  La poesia delle canzoni nasce dunque da un processo inintenzionale e come per magia, da materiali poveri, talora da un’accozzaglia di versi sciamannati (vedi  "Abbrozantissima"  e tutte le canzoni balneari e scacciapensieri degli anni ’60, piccoli capolavori di vitalità e ilarità italiane) e da una musica senza pretese (va bene anche il segnale della sirena dei pompieri come in  "Se telefonando"  cantata da Mina, musica di Ennio Morricone o il solito  “giro di do” ossia i quattro accordi do+, la-, re-, sol7) .

Molte canzoni ci fanno sentire più intelligenti dei loro autori, per questo le cantiamo volentieri, ma in fondo, quando  abbiamo finito di ascoltarle o cantarle, avvertiamo che nel giro breve dei due-tre   minuti  di mancata vigilanza, di perdita del nostro controllo, ebbene… pensieri, immagini, sensazioni, sono transitate subdolamente   da una mente all’altra da un cuore all’altro: insomma è avvenuto un processo, seppur piccolo e senza pretese, di  istillazione  e trasferimento di poesia.

Ma una canzone è legata ad un’epoca della nostra vita, spesso al volgere breve di una stagione (non solo l’estate). È un nostro segnatempo interiore. È in tal senso che la canzone  è   l’accompagnamento naturale del  vivere quotidiano. Come dice O. Wilde essa ha il potere di ricordarci “Un passato personale che fino a quel momento ignoravamo” (cit. in G.Borgna).

Diceva Flaubert a   proposito delle canzonette: « Ci si stupisce della perfezione di alcune canzoni popolari. Chi le ha scritte spesso non è che un imbecille, ma quel giorno che le ha scritte ha “sentito” meglio di una persona intelligente». (Brano tratto dalla "Corrispondenza").

Canzone e leggerezza
Spesso il testo sta alla canzone come i cartoni animati alla realtà.  C’è una sintesi dei caratteri e della sostanza della realtà, ma non la realtà: le  parole  sono allusive e sfumate, e spesso, per l’obbligo della rima, raggiungono forme di artificio verbale che volentieri   perdoniamo loro: è una canzone, ci diciamo, ed è così che vorremmo… "perderci ad Alghero in compagnia di uno straniero" o  "mentre al suo cuor mi stringeva, come pioveva, come pioveva…"
Diceva François Truffaut che «le canzoni che più mi hanno segnato sono anche le più stupide».   Il periodo in cui la canzone italiana ha raggiunto il massimo della leggerezza e del disimpegno - assolvendo però egregiamente ad uno dei suoi elementi costitutivi -, è stato negli anni ’60, in quelle canzoni balneari, scacciapensieri, talora  sciocche  talora geniali, tutte sabbia penne fucili ed occhiali che non si ponevano come obiettivo che di accompagnare un amore estivo, una giornata di  riposo, una stagione bella e fuggente. Dico che in quelle canzoni le parole hanno una evanescenza intenzionale, indicano le cose (gli amori, le passioni) come attraverso dei filtri  colorati: sono già  flou nel nascere.

Tutto ciò è durato fino ai primi anni 70: quando forse per effetto delle tensioni nella società italiana che diedero avvio ad una sorta di "inverno del nostro scontento" che dura tuttora, si riversarono sulle canzoni  secchiate di pianto e monsoni di spasmi e  lamenti. (Fu Claudio Baglioni ad inaugurare la stagione delle ugole bagnate di pianto e delle lacerazioni intime e soffocate: a lui si può ricondurre una vera e propria  scuola di "piagnoni" nazionali dal singhiozzo facile che arriva  fino a Luca Carboni, Alessandro Baldi, Marco  Masini, e dalla quale ancora non ci siamo ripresi: "Tu come staaai", eh! come sto...).

Dell'ascolto all'italiana. Non udire, ma "traudire"
L'ascolto della musica "all'italiana" è uno dei modi tipicamente nazionale di esperire il fatto musicale. Com'è questo ascolto? Assolutamente simpatetico ed empatico, ossia non mediato da atteggiamenti  mentali di tipo  culturale. Fu Stendhal il primo a notarlo, alla Scala. Lo racconta in "Roma, Napoli, Firenze". Notò che tutti gli spettatori alla Scala non stavano attenti allo svolgersi dell'azione drammatica che si svolgeva in scena. Ognuno faceva quello che voleva: chiacchierava, mangiava "pezzi duri" (gelati) , amoreggiava. Poi, all'improvviso, all'appressarsi dell'aria - che tutti presagivano nell'aria (è il caso di dire), lasciavano le loro "occupazioni" e nel più totale e improvviso silenzio gustavano l'aria o la cavatina che fosse. Considerazioni analoghe ebbe a fare quell'eccentrica signorina vittoriana che studiò la vita musicale italiana del '700 sotto falso nome maschile di Vernon Lee (al secolo si chiamava Violet Paget). Sulla scia del viaggiatore inglese  Charles Burney, la Lee ebbe a studiare il particolare rapporto empatico degli italiani con la musica. Osservò che la musica dei francesi era una festa per gli occhi e un inferno per gli orecchi, mentre i tedeschi trasformavano un piacere in dovere ed eccoli tutti compunti e seriosi davanti alla rappresentazione musicale. E gli italiani? Non sospendevano la vita per godere della musica. No, la musica viveva con loro, era un fatto naturale della vita: potevano dedicarsi  a qualsiasi occupazione, ed ecco che al momento giusto prendevano in mano uno strumento e lo suonavano d'impeto. Come dirà Mario Praz, raccogliendo le confidenze di Violet Paget, si potrebbe dire che gli italiani non "udivano" la musica, ma la "traudivano": era come se fossero in un'altra stanza, a fare tutt'altro, mentre nella stanza accanto si suonava il piano. Da queste sue osservazioni di natura antropologica la Violet Paget trasse poi saggi di estetica ("The beautyful") oltre che il suo volume di studi "La vita musicale nell'Italia del Settecento" (Studies of the Eighteenth Century in Italy). La sua estetica poggia proprio sul principio dell'Einfühlung ossia quell'empatia che gli sembrò  contraddistinguesse gli italiani nell'esperire il fatto estetico e musicale.
Questo ascolto all'italiana, certamente, non è proprio un gran complimento: poggia sul principio che gli italiani, non avendo adeguate conoscenze culturali (musicali), fanno affidamento sui dati del senso e dell'immediatezza; come anche sullo stereotipo dell'italiano che entra d'emblée in sintonia con lo strumento (magari il mandolino). Ma se cogliesse almeno in parte il nostro modo di ascoltare musica e di farla, sarebbe da non prendere almeno in considerazione?

I letterati,  i cineasti e la canzonetta
Arbasino sosteneva che  "Il cielo in una stanza" è superiore a qualsiasi sinfonia minore di qualsiasi periodo...Pasolini diceva che le canzoni hanno “un valore obiettivamente poetico” (cioè che  se non sono proprio poesia ne hanno il pieno valore: quella di Pasolini è la più ampia apertura di credito). Lo stesso Pasolini oltre che Calvino offrirono i propri versi da destinare alle canzoni. Nei film degli anni sessanta le canzonette balneari si ascoltavano usualmente in  sottofondo, ne "La bella da Lodi" di Missiroli (1963) dal libro omonimo di Arbasino, ne "Il sorpasso" di Dino Risi e in altri. Visconti fu tra i primi mostri sacri del cinema a mettere in sottofondo una canzonetta dell’epoca ("La mia solitudine sei tu" cantata  da Iva Zanicchi, nel film ..."Ritratto di una famiglia in un interno", 1972) Ma è con Nanni Moretti che la canzonetta cantata in coro da una famigliola prima della tragedia ("Insieme a te non ci sto più", "La stanza del figlio", 2001, e la stessa canzone era presente anche in "Bianca", 1984) o dal protagonista per tirarsi di impaccio da un assedio di giornalisti ("E ti vengo a cercare", "Palombella rossa", 1989) o un’altra ancora per “staccare” violentemente da una situazione d’impasse ("Ritornerai" di B. Lauzi sempre in "Bianca", 1984). Il fenomeno si è attestato ormai a consuetudine, come dimostra il bel film di Muccino "Ricordati di me" (2003) ("Almeno tu nell'universo ", vecchia canzone di Mia Martini, ripresa da una nuova interprete che ahimè non raggiunge il potente pathos canoro della prima interprete). Nel film "Ladro di bambini" di Gianni Amelio la canzone di Gianna Nannini "Fotoromanza" che fuoriesce dagli altoparlanti di un gelataio e si irradia in una giornata piena di luce meridionale, ha la funzione narrativofilmica  di "staccare" dopo una serie di sequenze buie e angosciose ambientate a Milano e in una periferia romana senza speranza.

Il disco microsolco a 45 giri cominciò ad essere diffuso in maniera massiccia nel 1958 e fu destinato a soppiantare il vecchio e ingombrante 78 giri. Nel 1958 si vendettero 17 milioni dischi, 12 nell’anno precedente.

I cantautori
Il termine di cantautore venne coniato da Maria Monti, Gianni Meccia, Enrico Polito, Rosario Borelli della Ricordi nel 1960. Forse anche per far rima con urlatore, che era il termine col quale si designarono alla fine degli anni ’50 i cantanti che urlavano all’americana: Celentano, Gaber, Mina. Tutto avvenne quando alla Ricordi, Nanni Ricordi e Franco Crepax, decisero di affiancare alla casa editrice anche un’etichetta discografica. Si videro affluire sui loro tavoli centinaia di canzoni eccentriche per l’epoca e decisero di farle cantare agli autori stessi col nome da poco inventato. I cantautori erano Paoli, Bindi, Tenco, De André, Lauzi, Endrigo. La notizia è riportata da "Il Musichiere" del 17 settembre 1960. Era nato un vocabolo  nuovo e un nuovo modo di cantare.
...Ma  di questo un'altra volta..
Fonte: QUI


Ultima modifica di admin_italiacanora il Dom Ott 13, 2013 3:14 pm, modificato 1 volta
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La musica leggera e la canzone italiana

Messaggio  admin_italiacanora il Mar Mag 24, 2011 2:43 pm

2. LA MUSICA LEGGERA E LA CANZONE ITALIANA

Che cos’è la musica leggera
Per musica leggera si intende un insieme di tendenze musicali che hanno avuto origine verso la fine del
XIX secolo.
Essa è caratterizzata da un linguaggio relativamente semplice e in alcuni casi schematico.
La musica leggera è strettamente inserita nel circuito commerciale mondiale e viene diffusa attraverso
tutti i mezzi di comunicazione:
• incisioni discografiche
• video
• festival, concerti-spettacolo
• internet
• trasmissioni televisive

I precursori della musica leggera
In pressoché tutte le culture è stata attestata la presenza di una forma musicale con elementi popolari destinata all'intrattenimento.
In questa categoria rientrano:
• le composizioni dei menestrelli medievali francesi e tedeschi
• la chanson in Francia (XIV-XVI secolo) Musicisti del Medioevo
• il madrigale in Italia (XV secolo)

Con l'introduzione della stampa musicale, attorno al 1500, ebbe inizio la vendita e la circolazione degli spartiti.

Le nuove possibilità di consumo legate all'avvento della rivoluzione industriale nel Settecento consentirono a un maggior numero di famiglie di acquistare strumenti musicali.

I fabbricanti iniziarono a produrne in serie e presto il pianoforte e la chitarra divennero prodotti commerciali standard.
Si cominciarono a vendere trascrizioni di brani orchestrali e operistici per l'esecuzione domestica.

Le origini della musica leggera
La musica leggera come la conosciamo oggi, nasce in Europa e negli Stati Uniti verso la fine dell’Ottocento.
Essa trae origine da due generi musicali molto diffusi in questo periodo:
• I canti e le danze popolari
• Il melodramma

La musica leggera e la canzone italiana
Durante il romanticismo i musicisti rivalutarono tutte le forme di canto e di danza popolare.
Danze come il valzer, la polka e la mazurka si diffusero presso la nobiltà e la borghesia di tutta Europa.
Nella seconda metà del secolo la nascita delle scuole nazionali favorì la creazione di composizioni musicali basate su temi popolari.

Alla fine dell’Ottocento il melodramma era il genere di spettacolo musicale più diffuso in tutta Europa.
Le arie d’opera più famose erano conosciute da tutti e nei salotti della borghesia venivano spesso eseguite con l’accompagnamento del pianoforte, come vere e proprie canzoni.

La nascita di un’industria
L'invenzione del fonografo di Thomas Edison (1877) rese ancora più accessibile il consumo domestico della musica.
Prima del 1900 comparvero i primi fonografi a gettone (precursori del jukebox) e già allo scoppio della prima guerra mondiale molti musicisti incidevano dischi.
La radio negli anni Venti e la televisione negli anni Quaranta introdussero nelle abitazioni private musica dal vivo e registrata.
Il cinema sonoro diede popolarità a molti cantanti.
L'industria della musica leggera si espandeva, interessando un numero sempre maggiore di figure professionali a essa legate .
Compositori ed editori iniziarono a tutelare i loro diritti commerciali: nacquero così le leggi sul diritto d'autore e nel mondo dello spettacolo si formarono sindacati per difendere i salari e regolamentare le condizioni di lavoro.
La diffusione della musica leggera cambiò il ruolo della musica nella vita quotidiana.
Un tempo prerogativa delle classi più facoltose, la musica in ambito domestico divenne un elemento consueto
all'interno delle famiglie borghesi.

La canzone
Il genere musicale della “canzone” inizia diffondersi dalla fine dell’Ottocento.
Le principali caratteristiche della canzone sono:
• una linea melodica semplice e orecchiabile, spesso ispirata a temi e danze di origine popolare
• una struttura formale di tipo monopartita (strofica) o bipartita (strofa e ritornello)
• un accompagnamento eseguibile anche da un solo strumento (pianoforte, chitarra…)
• un testo facile da capire, di argomento spesso sentimentale o amoroso.

La canzone è senza dubbio il genere di musica leggera più diffuso in Italia.
Essa trae origine dal melodramma e dalla canzone napoletana.
Le arie d’opera  e la canzone napoletana avevano in comune:
• melodie molto orecchiabili da cantare a voce spiegata
• testi spesso di argomento amoroso o sentimentale.

Questi elementi andranno a costituire la base della canzone melodica, “all’italiana”.

La canzone italiana negli anni Venti e Trenta
Negli anni Venti la radio e del grammofono si diffondono anche in Italia offrendo la possibilità di ascoltare le canzoni straniere. Anche il cinema sonoro favorisce la conoscenza di stili musicali molto diversi da quelli tradizionali italiani.
Il fascismo conduceva però una politica di tipo nazionalistico anche in campo musicale, ostacolando il più possibile la diffusione delle canzoni straniere. Il regime incoraggiava invece la creazione e la diffusione di canzoni di stile e contenuti molto tradizionali:
• Melodie dal carattere allegro e spensierato
• Testi di contenuto piuttosto banale e insignificante o di tipo propagandistico.

Queste canzoni dovevano trasmettere l’idea di un’Italia senza problemi, dove la gente viveva senza preoccupazioni, paure e incertezze per il futuro.
Nonostante l’opposizione del regime, verso la fine degli anni Trenta anche in Italia incominciarono a diffondersi le orchestrine ritmiche che proponevano versioni italiane di grandi successi stranieri.

La canzone italiana negli anni Cinquanta
Subito dopo la fine della seconda guerra mondiale in Italia si diffusero rapidamente tutte le mode musicali di origine straniera che erano state ostacolate negli anni precedenti dal regime fascista:
• le canzoni americane di Cole Porter e Frank Sinatra
• il jazz di Louis Armstrong e Benny Goodman
• le colonne sonore dei film di Hollywood
• i ritmi sudamericani della samba e della rumba

Per contrastare questa tendenza e favorire il ritorno alla canzone melodica all’italiana nasce nel 1951 il Festival di Sanremo.
La prima edizione del Festival di Sanremo, ideato negli anni del dopoguerra come iniziativa per risollevare l’economia e l’immagine turistica della cittadina ligure, ebbe luogo nel 1951.
La manifestazione si svolse nel Salone delle Feste del Casinò e venne trasmessa dalla radio. Fu proprio la trasmissione radiofonica delle prime quattro edizioni del festival a rendere popolari l’inconfondibile voce di Nunzio Filogamo e l’orchestra diretta dal maestro Cinico Angelici.
I veri protagonisti dell’evento, i cantanti, appartenevano alla solida tradizione del genere melodico italiano: Nilla Pizzi
• Achille Togliani
• Carla Boni
• Teddy Reno
• Gino Latilla.
Fu tuttavia Nilla Pizzi, interprete apprezzatissima dal pubblico, a vincere la prima edizione con “Grazie dei fior”.
Nel 1955, con la trasmissione della diretta televisiva, il Festival si trasformò in un evento di importanza nazionale.

E con altre trasformazioni si arriva finalmente alla canzone di oggi.
Fonte: QUI


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Re: STORIA DELLA CANZONE ITALIANA

Messaggio  admin_italiacanora il Dom Ott 13, 2013 4:15 pm

3. LA CANZONE ITALIANA NEGLI ANNI SESSANTA

“Melodici e urlatori”
Nel 1958 Domenico Modugno trionfa a Sanremo con “Nel blu dipinto di blu”, una canzone che porta una decisa ventata di novità nel panorama della canzone italiana.
Sul finire degli anni Cinquanta si affermano in Italia alcuni cantanti che prendono a modello i “rockers” americani come Elvis Presley, Paul Anka e i Platters.
Nel 1958 Tony Dallara lancia la prima canzone rock italiana: “Come prima”.

Si crea così una spaccatura tra due categorie di cantanti:
• i “melodici” che restano legati alla tradizione
• gli “urlatori” che accolgono nelle loro canzoni gli elementi tipici del rock and roll.
Fra gli “urlatori” vengono inseriti in un primo tempo personaggi emergenti quali Mina, Adriano Celentano e Gianni Morandi. Questi artisti nel corso degli anni
daranno però prova della loro bravura fino ad essere ancora oggi considerati fra i migliori cantati italiani.

“I complessi beat”
Una seconda svolta nel panorama della canzone italiana avviene nella seconda metà degli anni Sessanta.
In questo periodo alle influenze del rock americano cominciano a sommarsi quelle del movimento beat inglese. Così anche in Italia nascono i primi complessi che prendono a modello principalmente i gruppi inglesi dei Beatles e dei Rolling Stones.
I nomi storici di questi complessi italiani sono:
  • I Giganti
  • L’Equipe 84
  • I Dik Dik
  • I New Troll
  • I Nomadi
  • I Pooh

Questi gruppi inizialmente si limitano ad imitare lo stile dei gruppi stranieri, ma ben presto svilupparono uno stile originale, legato alla tradizione melodica italiana.
Alcuni complessi, come la PFM (Premiata Forneria Marconi) e le Orme accolsero invece le tendenze più sperimentali del rock, senza ottenere però un grande successo di pubblico.

“I cantautori”
Il vero elemento di novità nella musica italiana degli anni Sessanta fu l’avvento di un gruppo di musicisti che prendevano a modello gli “chansonniers” francesi come Jacques Brel, Juliette Gréco, Gilber Bécaud, George Brassens, Charles Aznavour e altri.
In Italia questi musicisti furono chiamati “cantautori” perché, come i loro colleghi francesi, scrivevano i testi e componevano la musica delle proprie canzoni.

CANTAUTORE = CANTANTE + AUTORE
Le principali caratteristiche delle canzoni dei cantautori erano:
  • Melodie semplici, ma non banali.
  • Accompagnamento spesso affidato ad un solo strumento (chitarra o pianoforte) suonato dal cantante stesso.

Massima importanza data al testo che affrontava a volte temi di argomento sociale ma soprattutto rinnovava il repertorio di temi tradizionali (come l’amore e la famiglia) evitando i luoghi comuni e le banalità.

I cantautori più importanti degli anni Sessanta furono quelli appartenenti alla cosiddetta “scuola genovese”:
  • Umberto Bindi
  • Gino Paoli
  • Luigi Tenco
  • Bruno Lauzi
  • Fabrizio De André

In quegli anni si affermarono però anche i milanesi Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, l’astigiano Paolo Conte e l’istriano Sergio Endrigo.

Nello stesso decennio emersero figure femminili come Milva, Ornella Vanoni e Mina che avrebbero dominato a lungo il panorama musicale italiano spaziando anche al di fuori della musica leggera.

La canzone italiana negli anni Settanta
Negli anni Settanta i complessi beat e rock che si erano affermati nel decennio precedente perdono progressivamente la loro carica innovativa.
Il fenomeno dei cantautori continua invece a diffondersi coinvolgendo nuove generazioni di musicisti. Durante gli anni Settanta si afferma un nuovo gruppo di cantautori:
  • a Roma: Francesco Guccini, Lucio Battisti, Francesco De Gregori, Antonello Venditti, Riccardo Cocciante, Claudio Baglioni, Renato Zero
  • a Milano: Eugenio Finardi, Angelo Branduardi , Roberto Vecchioni
  • a Genova: Ivano Fossati
  • a Bologna: Franco Battiato, Lucio Dalla, Francesco Guccini
  • a Napoli: Edoardo Bennato, Pino Daniele
  • in Sicilia: Franco Battiato

Ciascuno di loro sviluppa uno stile personale traendo ispirazione dai più diversi generi musicali: dal jazz al folk, dalla musica medioevale a quella etnica.
Questa generazione di cantautori si distingue da quella precedente per la maggior importanza attribuita all’aspetto “musicale” delle propri canzoni:
  • utilizza un maggior numero di strumenti musicali
  • arricchisce le proprie melodie con raffinati arrangiamenti.


La canzone italiana dagli anni Ottanta ad oggi
A partire dagli anni Ottanta i cantautori italiani tentano di imporsi all’attenzione del pubblico europeo adottando uno stile musicale più “internazionale”.
Vasco Rossi
Ricchissima e variegata è la galleria di autori e interpreti che, tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, hanno scalato le classifiche discografiche contribuendo talvolta a diffondere la canzone italiana nel mondo:
  • il rock melodico di Gianna Nannini e Ligabue,
  • i successi internazionali di Eros Ramazzotti, Vasco Rossi, Laura Pausini e Zucchero,
  • il riuscito abbinamento tra rap e pop di Jovanotti.


Negli anni Novanta si impongono grandi interpreti come Giorgia e Andrea Bocelli che rilanciano il gusto per l’aspetto più propriamente canoro della musica leggera.
Anche alcuni gruppi musicali emersi in questi ultimi anni esplorano nuove strade rielaborando generi musicali diversi come il rock, il folk e il rap.

L’evoluzione dei mezzi di diffusione sonora
Il Fonografo, la cosiddetta macchina parlante inventata da Edison nel 1877, madre di tutte le evoluzioni nel campo della riproduzione sonora, permette una breve incisione verticale su di un foglio di carta stagnola steso su di un cilindro.
Chichester A. Bell e Charles Sumner Tainter negli anni 1881-86 rimpiazzano il foglio di carta stagnola impiegando un cilindro in cartone ricoperto di cera.
Nuovamente Edison, nel 1888, proporrà una versione "finale" del fonografo dotando la sua creazione di un motore elettrico e producendo i cilindri dapprima in cera vegetale, poi in gommalacca.
Dobbiamo al tedesco Emile Berliner l'invenzione del disco.
Nel 1887, Berliner inventa e produce i primi grammofoni che permettono un'incisione laterale su disco. In pochi anni i dischi e i cilindri di cera invadono il mercato.
I due sistemi coesisteranno per diversi decenni sebbene piuttosto separati nei campi di impiego: i dischi saranno preferiti per la riproduzione musicale mentre i cilindri saranno impiegati soprattutto quale supporto per dittafoni.

Per quel che riguarda il disco, gli esperimenti sui materiali si susseguono e la celeberrima gommalacca sarà solamente l'amalgama più impiegata nella produzione di 78 giri.
La velocità di lettura del disco, tutt'altro che uniforme nei primi decenni del secolo, sarà normalizzata solamente nel 1948 sui 78 giri/min.
Il mercato dei cilindri e del disco in gommalacca a 78 giri subirà un forte ridimensionamento con l'avvento, negli anni '50, del disco vinile.
Il disco vinile 33 1/3 giri/min a lunga durata (LP) nasce nel 1947.
La sua robustezza, la lunga durata di incisione garantita dalla tecnica microsolco, la drastica riduzione dei fruscii e altri indubbi vantaggi sanciranno le ragioni del grande successo del disco LP.
L'avvento sul mercato del fratello minore del disco vinile, ovvero del 45 giri/min, segue a due anni di distanza.
Nel 1949 nasce infatti il piccolo del mercato discografico, un piccolo che avrà modo di invadere il mercato con le sue vendite milionarie. 45 giri è sinonimo di SINGLE: su questo supporto agile circoleranno i brani di successo, i single appunto, dei maggiori gruppi rock della storia.
La tecnologia raggiunge un grande risultato nel 1957 proponendo il primo disco vinile stereofonico.
L'avvento del CD confinerà i "dischi neri", perlomeno per quanto riguarda il mercato occidentale, in un settore di nicchia destinato ai cultori dell'analogico, ai DJ e ai rappers.
È del 1934 la prima versione di nastro magnetico proposta dalla BASF.
I nastri magnetici avranno largo impiego sia nel settore professionale, sia in quello commerciale (soprattutto nelle versioni di formato ridotto).
La possibilità di montare in studio delle vere e proprie trasmissioni, tagliando e unendo nastri anche di diversa provenienza, garantirà a questo supporto una grande fortuna in ambito professionale a partire dagli anni '50.
La musicassetta rappresenta l'espressione forse più democratica della riproduzione musicale. In molti paesi, soprattutto non industrializzati, la musicassetta è ancora oggi una delle voci principali delle vendite discografiche.
Philips propone nel 1963 il primo magnetofono a cassette, e già l'anno successivo iniziano a circolare le cassette commerciali. Da non dimenticare è la doppia natura della cassetta: la sua semplicità di impiego quale mezzo di registrazione e soprattutto il suo basso costo ne hanno favorito la diffusione in tutto il mondo.
L'ultima grande rivoluzione in campo discografico, quella del digitale, è datata anno 1982.
In quell'anno Philips lancia sul mercato il compact disc (CD), un supporto che per solidità, comodità di impiego e purezza di suono garantita nel tempo sancirà, perlomeno in occidente, il tracollo delle vendite dei supporti tradizionali.
Negli ultimi anni, ha conosciuto una forte espansione la versione registrabile del CD, il cosiddetto CD-R ed è recente l'inizio della produzione su larga scala di DVD, dischi ottici di notevole capacità utilizzati prevalentemente per la memorizzazione e riproduzione di filmati.
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